Archivio | 22 giugno 2009

Negri (extracomunitari e quant’altro)

indovina chi viene a cenaAvevo scritto tempo fa un articolo sul termine “Negro”, che è andato perduto con la rottura dell’hard disk.

Nel corso di un mio intervento, in risposta a un commento su un vecchio post, mi sono però reinfervorata sull’argomento (e sul razzismo in genere ovviamente), per cui vi ripropongo le mie parole in questo post, e mi farà piacere avere la vostra opinione in merito.

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E che vuoi fare, a me cadono le braccia davanti a certi discorsi, e a una mentalità così diffusa, propria di menti troppo manipolabili e “semplici”: solo il sentire “noi” e “loro” mi manda il sangue alla testa.

Anche i cosiddetti buonisti comprensivi progressisti sono razzisti allo stesso modo, anzi di più: dire che “quando noi siamo andati in America abbiamo fatto questo e quello”, per esempio, che significa? Io non ci sono andata in America, e non sono colpevole di quello che hanno fatto degli altri italiani nel corso della storia, del tempo e dello spazio, come nessun rumeno è colpevole (o viceversa) di quello che fanno altri rumeni, e nessun polacco di quello che fanno altri polacchi e via discorrendo.

Chi vuole dimostrare che i negri sono eroici perché uno si è tuffato in mare per salvare una persona, è razzista nello stesso modo di quello che dice che sono tutti criminali perché uno ha ucciso/stuprato/rubato: in entrambi i casi si fa di ogni erba un fascio, si accomunano persone, nel bene e nel male, su un principio razziale.

Il razzismo verrà meno solo quando considereremo ogni essere umano semplicemente una persona, frutto pure della sua cultura e di quella che si respira nella sua eventuale nazione di provenienza, ma da giudicare e valutare personalmente, come entità a sé stante e diversa da tutte le altre.

Verrà meno quando riconosceremo a ogni essere umano il diritto alla vita, a una casa, a un lavoro, alla salute, a vivere in un paese in pace, e a lottare per tutto ciò. Quando il colore della pelle sarà un attributo come quello degli occhi o dei capelli, e la religione come i gusti alimentari, o la scelta degli studi, ovvero fatti personali in cui nessuno si deve permettere di entrare.

Una signora americana, peraltro felicissimamente sposata a un negro che raccontava essere uomo marito e padre straordinario, mi ha invitato a non usare il termine “negro”, ma “afroamericano”.

Ecco, dire “afroamericano” mi indigna, e mi indigna per due motivi: primo, perché abolire il termine “negro” in base a un pensiero politically correct significa affermare “negro è una parola brutta e offensiva”, e quindi è già discriminazione, e poi perché ritengo “afroamericano” un termine idiota. Ma perché una persona di pelle scura, nata a Roma, magari da genitori già residenti da anni in Italia, che parla romanesco, che ha compiuto i suoi studi a Roma, che magari conosce solo la cucina italiana, che non è mai stato e forse mai andrà né in Africa né in America dovrebbe essere definito “afroamericano”? Ipocriti!

Ribatte la signora: “Se tu in America usi la parola negro viene considerata un’offesa gravissima”.

Oggi. Perché mi pare che in film che sono pilastri della propaganda antirazzista e a favore del valore personale di ogni essere umano, come per esempio “Indovina chi viene a cena?” la parola “negro” venga usata regolarmente, senza nessuna valenza né positiva né negativa, solo per indicare una persona di pelle scura.

Si cerca di combattere il razzismo con l’edulcorazione dei termini, invece che col libero pensiero, critico, aperto e scevro di pregiudizi. Non è cambiando i termini per indicare qualcosa che si elimina il pre-giudizio sul qualcosa in oggetto.

Il razzismo sta nella categorizzazione, non nel termine che si usa per definirla. Il razzismo sta nell’egoismo, nel non volere riconoscere agli altri dei privilegi che per noi sono acquisiti, come quello del vivere in pace e del diritto alla tutela della salute, etc., perché “pancia piena non pensa a quella vuota”.

Il razzismo sta nell’arrogante pretesa di sapere degli altri ciò che invece si ignora totalmente.

Che significa, cara V., fare rete? Esprimere la nostra opinione contro il razzismo? Magari servisse, ma temo proprio sia fiato (tempo) buttato. 

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E ora, vediamoci i pezzi più belli (veramente è tutto un capolavoro!) del film citato: