Archivio | 20 marzo 2009

Ginevra di Camelot

Oh, Lancillotto, che buffo trovarmi qui con te!

Quando comparisti al mio cospetto, per la prima volta, pensavo che nulla al mondo mi avrebbe allontanato dal mio re. Mi sembravi così distante e forse, chissà, lo sembri ancora; sdraiato accanto a me, devo guardare lontano per non trovarmi davanti un volto estraneo.

Perché l’ho fatto, se devo sentirmi una fedifraga? Ti chiedo un caffè, io vivo di caffè; ti alzi, mi chiedi dov’è questo e quello, me lo porti. Sei felice, e meno male che almeno tu lo sei.

E io?

Io non sono infelice, solo disorientata. Sto vivendo una realtà che sembra irreale, mentre è diventato irreale quello che sembrava stabilito e consolidato.

Perché ti ho accettato, e soprattutto, ti voglio ancora? Mi sembra di vivere un film di cui non sono non solo protagonista, me neanche attenta spettatrice.

Sono una spettatrice distratta, che ogni tanto butta un’occhiata verso lo schermo, senza riuscire a collegare le immagini l’una all’altra, e ricostruire la storia.

Vedo la tomba del mio re, e noto un fatto strano: una data di morte anteriore alla sua nascita.

Mi chiedi se voglio uscire, e andare a cavallo lontano da questo palazzo angusto.

Sì, certo, mi preparo, portami lontano. Mi vestirò però come un’ancella, non voglio essere riconosciuta, e lascerò che i capelli mi coprano il volto.

Poi riportami però, la mia gente mi aspetta.

*** Francesco Guccini – Canzone di notte ***

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