Archivio | 2 marzo 2009

Il Perdono

Shofar

Shofar

Cari amici, volevo fare un post sulla questione del perdono, e sono mesi che ci penso, ma in realtà l’ispirazione è sempre poca. Quando Engel ha pubblicato il suo post sul mercoledì delle ceneri,  pure ho avuto l’istinto di parlare del Kippur (festa ebraica del perdono, e il termine “kippur” significa, per l’appunto, “perdono”) ma, ahimé, pure lì l’ispirazione è venuta meno: insomma, diciamocelo, io col perdono, nel senso classico del termine, ho poca dimestichezza (e qui mi scontro pure col fratellOne).

Un aspetto di un certo modo di chiedere perdono che ho sempre contestato, è il battersi il petto senza cercare di riparare il male che si è fatto: troppo facile ferire gli altri e “pentirsi” (e poi reiterare e reiterare, sempre perché il lupo perde il pelo ma non il vizio). Nella mia religione la “riparazione” del danno è prevista e richiesta, ma anche questo è un discorso successivo.

Non credo al perdono per principio: il perdono deve venire dal cuore, e se non viene non viene (al cuore non si comanda è vero in tutti i casi).

Tanti si riempiono la bocca della parola “perdono”, ma in realtà non hanno né perdonato, né capito (e a volte neanche cercato di capire) né tantomeno dimenticato il torto o presunto torto subìto: e allora, dovremmo avere il coraggio di ammettere che non abbiamo perdonato, che non ce la facciamo, oppure semplicemente che non vogliamo (cosa che ritengo un sacrosanto diritto).

Mi colpiscono però le parole del Padre Nostro, “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Io chiedo di essere perdonata. Chiedo di essere perdonata quando ho veramente capito di aver sbagliato, e faccio appello alla buona fede. Chiedo di essere perdonata e di essere messa in condizione di riparare il male che ho eventualmente fatto. Chiedo di essere perdonata perché nella vita non si può non aver capito quanto sia facile sbagliare, per mille e un motivo. E viene da sé che, nelle stesse condizioni, perdonerei l’altro.

Oggi, in una puntata di un racconto che Morena sta pubblicando sul suo blog, è venuta fuori, tra post e commenti, la questione del chiarimento. Ecco, anche questo mi vede scettica: le parole devono rappresentare qualcosa, non devono rappresentare se stesse. Le parole servono a chiarire un malinteso, ma quando di malinteso non si tratta?

Le parole servono a chiarire un nostro stato d’animo quando abbiamo commesso qualcosa, servono a spiegare quanto abbiamo profondamente capito il nostro errore (e lì i riferimenti devono essere precisi e circostanziati, affinché chi ascolta possa credere alla reale intenzione di non ripetere l’errore).

Le parole possono essere promesse e impegni, cui poi devono però seguire i fatti, altrimenti è meglio non sprecarle queste parole, ed evitare di consumare fiato e ossigeno.

“Ma il rancore fa male a te”, mi obiettava tempo fa una pia donna: per carità, è vero, il rancore provoca l’ulcera e una serie di altri disturbi, ma si dà il caso che io non provi rancore, non abbia l’ulcera, e neanche la serie di altri disturbi. Una volta che “t’ho sgamato mascherina”, adotto il mitico dantesco non ragioniam di lor ma guarda e passa, continuo per la mia strada e me la godo.

E certo che non ti perdono, ci mancherebbe!