Archivio | febbraio 2009

Brutto!

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Generalmente prima ci si incontra poi, piano piano, ci si conosce, ma in alcuni casi è il contrario. Capitava anche prima, ma Internet è l’apoteosi del conoscersi prima, anche a fondo, e vedersi poi.

Tanti sono quelli che si sono innamorati senza essersi mai visti ma poi, dico poi, intendo prima o poi, bisogna pure incontrarsi.

Tanto più si è andati avanti emotivamente tanto più l’incontro causa ansia, e a volte si vorrebbe persino evitare. Altre volte incuriosisce, e delude, perché raramente la realtà corrisponde all’immagine che ci eravamo fatti nel nostro dar corpo a una voce, a delle emozioni, delle parole…

Hai voglia a essersi mandati foto, l’impatto con la realtà è diverso; voglio dire, è diverso quando ci sono delle implicazioni sentimentali perché, diciamocelo francamente, che l’amico o l’amica corrispondano o meno all’immagine che ce ne eravamo fatti in realtà cambia poco. Ci si incontra, saluti festosi, magari si butta lì un “sei proprio come mi aspettavo” o, al contrario, “mi ti aspettavo diverso”, ma tempo venti secondi si è tornati alla normalità.

Diverso è se il lui o la lei (diciamo il lui, perché dai ritorni che ho mi pare che gli uomini siano meno soggetti a delusioni legate all’aspetto) è qualcuno su cui avevamo fantasticato, il potenziale famoso principe azzurro.

Lo incontri, strabuzzi gli occhi, a volte ti prende un accidente (ma da dove l’aveva presa quella foto che ti aveva mandato???) e… non sai come dirglielo. Per l’altro è tutto come prima, per te è crollato un sogno, e ti rimane quest’estraneo appiccicato a cui qualcosa devi pur dire.

Provi a rimanere sul vago, non ti senti ancora pronta, blablabla, le vecchie storie ti hanno segnato, la paura è tanta blablabla, e poi il lavoro, pare pure che tu debba andar fuori, non si sa bene per quanto tempo… ma l’altro non demorde: qualsiasi problema, qualsiasi ostacolo, si mostra in grado di affrontarlo e risolverlo, e soprattutto si mostra disposto ad affrontarlo e a risolverlo, spiazzandoti totalmente.

Inizia la strenua lotta per togliergli ogni illusione, per darti coraggiosamente alla fuga, per fare marcia indietro a passo di carica: niente, l’altro non ha capito, pensa che sia sempre tu, quella che lo riempiva di parole dolci e messaggini, e ce ne vuole per fargli capire che la musica è cambiata.

Non vorresti ferirlo, non vorresti farlo soffrire, ma una storia con lui non la vuoi proprio e, insomma, a un certo punto finalmente l’altro capisce e, dignitosamente, si ritira con le sue ferite di guerra, col suo nuovo dolore.

Non lo vedi più, non lo senti più, non esisti più. E solo allora capisci che ti manca. E solo allora capisci che hai perso la partita, e che non ci sarà una seconda chance.

*** Ma poi, anche se ci fosse, saremmo capaci di non ripetere i nostri errori? ***

Buon San Valentino!

Buon San Valentino a chi ama davvero col cuore,

a chi vede oltre l’apparenza,

a chi sa amare nella sostanza,

a chi vede oltre la bestia che abbiamo nel cuore

a chi ci lascia guardare oltre la sua di gabbia interiore,

oltre i fantasmi, oltre la paura,

ma anche oltre l’illusione,

perché l’amore è anche e soprattutto quotidianità.

Auguri a tutti quelli che rendono felice la persona accanto a sé,

auguri a chi qualcuno accanto a sé non ce l’ha ancora,

auguri a chi un amore l’ha avuto e a chi l’avrà.

Auguri a chi considera l’amore ossigeno,

che nutre ogni cellula, ogni gesto

 e ogni pensiero,

auguri a quelli per cui l’amore è universale,

e amano il mondo intero.

*** Buon San Valentino a tutti ***

Inoltre voglio dedicare, a chi ha un amore finito che non riesce a dimenticare, questa bella canzone che ho scoperto solo adesso, pur essendo stato Baglioni il mio cantante del cuore per anni, e anni, e anni…

Sans paroles

Mio vecchio amico di giorni e pensieri, da quanto tempo che ci conosciamo,
venticinque anni son tanti e diciamo un po’ retorici che sembra ieri.
Invece io so che è diverso e tu sai quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato:
io appena giovane sono invecchiato, tu forse giovane non sei stato mai.

Ma d’illusioni non ne abbiamo avute, o forse sì, ma nemmeno ricordo,
tutte parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno.

Chi glielo dice a chi è giovane adesso di quante volte si possa sbagliare,
fino al disgusto di ricominciare perchè ogni volta è poi sempre lo stesso.
Eppure il mondo continua e va avanti con noi o senza e ogni cosa si crea
su ciò che muore e ogni nuova idea su vecchie idee e ogni gioia su pianti.

Ma più che triste ora è buffo pensare a tutti i giorni che abbiamo sprecati,
a tutti gli attimi lasciati andare e ai miti belli delle nostre estati.

Dopo l’inverno e l’angoscia in città quei lunghi mesi sdraiati davanti,
liberazione del fiume e dei monti e linfa aspra della nostra età.
Quei giorni spesi a parlare di niente sdraiati al sole inseguendo la vita,
come l’avessimo sempre capita, come qualcosa capito per sempre.

Il mio Leopardi, le tue teologie: “Esiste Dio ?” Le risate più pazze,
le sbornie assurde, le mie fantasie, le mie avventure in città con ragazze.

Poi quell’amore alla fine reale, tra le canzoni di moda e le danze:
“E’ in gamba sai, legge Edgar Lee Masters. Mi ha detto no, non dovrei mai pensare”.
Le sigarette con rabbia fumate, i blue jeans vecchi e le poche lire,
sembrava che non dovesse finire, ma ad ogni autunno finiva l’ estate.

Poi tutto è andato e diciamo siam vecchi, ma cosa siamo e che senso ha mai questo
nostro cammino di sogni fra specchi, tu che lavori quand’ io vado a letto.

Io dico sempre non voglio capire, ma è come un vizio sottile e più penso,
più mi ritrovo questo vuoto immenso, e per rimedio soltanto il dormire.
E poi ogni giorno mi torno a svegliare e resto incredulo, non vorrei alzarmi,
ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male…

(Francesco Guccini – Canzone per Piero)

E’ morta Eluana Englaro

Post in fase di realizzazione

E’ morta.

E’ morto il simbolo di tutti i principi, di tutti i dubbi e i perché sulla vita e sulla morte su cui siamo stati chiamati a interrogarci così, su due piedi, in questi ultimi giorni.

Giusto, ingiusto, diritto a vivere, diritto a morire.

Da pochi minuti non c’è più nulla da decidere su Eluana, non ci sono più corse contro il tempo.

Riposa in pace, ma forse riposava anche prima.

Da tempo era in un mondo che non era più il nostro.

Io non ho voluto pronunciarmi, anche se ho una posizione piuttosto chiara: sono favorevole all’eutanasia.

Sono favorevole all’eutanasia quando la persona sta soffrendo, e non è giusto lasciare che si strazi in quei dolori fino alla fine; sono favorevole all’eutanasia, e nessuno ha il diritto di dire “Devi impazzire di dolore prima di morire, perché questo è rispetto della vita”.

Ma Eluana non soffriva. Eluana era in una stato di coma vegetativo, stabile. Non credo circolino foto di come fosse ridotta ora Eluana: probabilmente non l’ombra di se stessa, ma l’ombra dell’ombra dell’ombra.

Quello che io penso è che per lei, in questo momento, fosse assolutamente indifferente vivere o morire.

E allora, se per lei vivere o morire era indifferente, è alle persone che aveva accanto che bisognava pensare. Vi dico la verità, non mi piace pensare a una morte per disidratazione. Io probabilmente,  se in qualità di medico o governo mi fossi presa la responsabilità di farla morire, mi sarei sporcata le mani fino in fondo. La morte di Terry Schiavo popola i miei incubi, quel prete che le dà la comunione non sapendo come poggiare l’ostia sulla lingua disidratata ha somigliato troppo a un racconto dell’orrore.

Beppino Englaro aveva chiesto di porre fine alla “non vita” della sua bambina. Non so se avesse ragione o no. Mia nonna avrebbe detto, di un caso come questo, “che Dio non ci faccia mai sapere”.

Ma un dramma del genere non può essere strumentalizzato: una giovane donna in coma, il dolore di un genitore, sono drammi, non un’onda da cavalcare.

L’ho già detto nei vari commenti lasciati qua e là, vedere un governo zelante che si affanna in una lotta contro il tempo, mentre i suoi cittadini si affannano nella lotta per la vita è stato uno spettacolo ai miei occhi a dir poco indegno.

Ha ragione chi ha detto: “Questo è un governo che sta decidendo che chi è morto deve vivere, e chi è vivo deve morire”.

Mi unisco al dolore di Beppino Englaro, provato dalla vita più ancora di sua figlia. Che ha visto la sua vita sfiorire. Che l’ha creata, che l’ha curata, che l’ha pianta e l’ha amata. Che ha dovuto combattere battaglie amare, che ha avuto ostacoli dove gli sarebbe spettato sostegno.

Riposa in pace Eluana e, se puoi, da’  un segno a tuo padre che finalmente sorridi.

L’odore del pane

pane

Io vi mandero’ le piogge necessarie nella loro stagione, la terra dara’ i suoi prodotti e gli alberi dei campi daranno i loro frutti.
La vostra trebbiatura durera’ fino alla vendemmia, e la vendemmia vi durera’ fino alla semina;
e mangerete il vostro pane a sazietà e risiederete tranquilli nel vostro paese.
Ed Io faro’ si che la pace regni nel paese; voi vi coricherete e non ci sara’ chi vi spaventi;
e la spada non passera’ per il vostro paese.

(da Levitico 26, 4-6)

Ieri ero al centro commerciale a fare la spesa.

Prodotti imbustati, preconfezionati, piatti pronti, lasagne, cannelloni, brasato, insalate russe… scatole e scatolette, sottovuoto, piatti esotici solo da scaldare… Faccio man bassa di tutto e ho il carrello pieno quando arrivo all’ultimo reparto, dove all’improvviso vengo sopraffatta da un odore di buono, di antico, di vero, di famiglia, focolare, di mamme, di  nonni… l’odore del pane.

Pane, pane, di tutte le forme, di tutti i colori, all’olio, integrale, panini, pagnotte grosse e piccine: un odore meraviglioso, di quelli che ti ricondurrebbero a riposare tutta la “robaccia” negli scaffali, e farti una sana panzanella, una bruschetta, un pane condito, pane e marmellata, pane burro e zucchero… pane.

Mentre ero quasi stordita dall’odore buono del pane, mi è venuta in mente un’altra immagine: una mia amica israeliana, che ci raccontava l’esperienza del “Pane per la pace“, loro, le mamme israeliane, e le loro consorelle palestinesi, insieme, con un modo tutto loro e probabilmente molto più costruttivo per andare verso la pace, per dire siamo fratelli, per dire che volersi bene e vivere insieme è possibile.

Vi ho messo il link, ma vi riporto anche direttamente uno stralcio di quell’esperienza, scritto da questa mia amica, Edna Livne, e che ritroverete a quell’indirizzo:

Quando la mia amica palestinese Samar ha lanciato l’idea di una “Giornata del pane per la pace” nel suo panificio a Betania ho sentito che non potevo sottrarmi a questa chiamata!

Il pane!
Simbolo di vita, di speranza, di prosperita’, di accoglienza, e’ desiderio e necessita’ prima degli uomini di qualsiasi cultura. Appena tornata a casa, in Israele, ho iniziato a cercare freneticamente di coinvolgere piu’ gente possibile e ho cominciato a raccontare il sogno. I primi occhi che si sono accesi sono stati quelle delle madri. Di madri di figli soldati, di figli scolari, di nonne, di coloro che non dormono la notte e si chiedono cosa si possa fare per cambiare qualcosa. Poi ho cercato qualcuno di importante e per tre giorni di seguito ho visto sugli schermi della televisione israeliana, uno dei personaggi piu’ veri e affascinanti del mondo politico israeliano: Yuli Tamir, dei Laburisti, professoressa di filosofia all’Universita’ di Tel Aviv, Membro della Knesset. C’erano discussioni feroci ma, ogni volta che lei accennava a parlare, tutti intorno tacevano di colpo e l’ascoltavano con ammirazione e rispetto.

“E’ lei!!” ho pensato – “Quegli occhi profondi raccontano le sofferenze e le paure delle madri di tutti i figli in pericolo! Le ho telefonato senza indugio. Mi ha risposto con una cordialita’ tale che mi sembrava di vedere il suo sorriso attraverso il telefono! L’idea le piaceva e voleva conoscere anche Samar. Detto fatto. Sabato sera eravamo tutti a cena nella mia casa del kibbuz: c’era Samar, c’era Giovanni Quer, rappresentante della parte italiana della Fondazione Beresheet LeShalom che aveva lavorato tutta la settimana nel orfanotrofio e nel panificio di Betania come volontario, c’era la mia famiglia e tutti insieme abbiamo partorito un nuovo progetto per darci speranza a vicenda: donne israeliane e donne palestinesi, donne ebree, cristiane e musulmane si incontreranno e assieme prepareranno e spezzeranno il pane frutto della loro opera.

Betania, Azariye, dove secondo il Nuovo Testamento Lazzaro torno’ in vita, confina con Gerusalemme est, dalla porta di Damasco in direzione sud.

Il panificio e’ stato aperto con l’aiuto di un tecnico israeliano che, dopo molte titubanze e rifiuti ha accettato il rischio di recarsi in Palestina, il 16 ottobre 2003 (altro segno divino: 60 anni esatti dalla razzia compiuta dai nazisti nel ghetto di Roma). Dopo aver montato i macchinari si e’ preparato il primo pane e israeliani e palestinesi: arabi cristiani e musulmani ed ebrei hanno condiviso lo stesso cibo sedendo alla stessa tavola.

Ci incontreremo per condividere un momento semplice quanto quotidiano d’ogni uomo. Da tempo questo desiderio albergava nell’animo di Samar e dopo l’ultimo viaggio di testimonianze in giro per l’Emilia Romagna, ho sentito che era il momento di aiutarla ad avverarlo.

La Tamir si e’ offerta di esser portavoce e responsabile.
Ci saranno diversi gruppi di lavoro per le diverse fasi di lavorazione del pane, per poi condividerlo nello spiazzo antistante il panificio con musica canti e forse per la prima volta in Palestina (e questo e’ veramente un sogno) verra’ rappresentato lo spettacolo del Teatro Arcobaleno “Beresheet”.

Anche l’Ambasciatrice d’Italia in Israele Anna De Bernardin ha accolto con entusiasmo il progetto e ci ha incoraggiato con affetto. Ora stiamo cercando di coinvolgere piu’ Enti possibili che sostengono l’opera di donne, di operatrici di pace, di educazione e di convivenza fra i popoli.


L’8 febbraio 2005 Arik Sharon e Abu Mazen si sono stretti la mano a Sharem El Sheich.
Ora mani palestinesi e mani israeliane creeranno insieme il primo pane comune dopo tante sofferenze. Perche’ le madri sono coloro che danno la vita. Le madri sono la prima fonte di alimento dei propri figli. Perche’ Sara preparo’ il pane che Abramo offri a quei tre Angeli benedetti che erano venuti a promettergli una grande discendenza. . .

Eccoci, siamo parte di quella discendenza: faremo del tutto per continuare a portare avanti
quella promessa !!! Per continuare a costruire e per dare il meglio di noi stessi.
Per dare coraggio a chi vuole continuare a vivere, a chi crede in un futuro pieno di colori,
di tavolate piene di figli e nipotini, di gite all’aria aperta e di case serene.
E inizieremo dalle cose piu’ semplici. . .
Da un pezzo di pane!

Dobbiamo essere pronti. . .
chissa’ che quei tre Angeli non passino di lì . . per tornare a curare le nostre ferite,
per portare la parola del Signore a Sodoma per annunciare
la fine di tutte le sofferenze!

Angelica Calo’ Livne’
2005

Che dirvi, io mi commuovo solo al ricordo di Edna che racconta di questa giornata (mi riferisco a quando l’ho ascoltata di persona), di questo odore di pace che veniva da quella terra martoriata dalla guerra.

Cosa potremmo fare noi, in tutto il mondo, per fare in modo che questa iniziativa non sia circoscritta nel tempo e nello spazio, ma che palestinesi e israeliani si incontrino per vivere, e non per morire? Ho detto palestinesi e israeliani, ma questa iniziativa di pace (chissà com’è!) mi pare abbia un volto totalmente femminile…

Donne e madri, di tutto il mondo, più portate per la vita che per la morte, per costruire e non distruggere, per fare e non per disfare..

*** Come vorrei poter allegare a questo post l’odore del pane! ***