Alba d’autunno

Non so quanto durerà questo miracolo, ma quest’anno sembra un’estate che non vuole finire.

Poco importa se le giornate vanno vieppiù accorciandosi, e l’aria vieppiù rinfrescandosi.

Poco importa se le maniche si sono allungate, e la notte siamo già sotto il piumoncino.

Quest’anno mi sembra proprio di riuscire a godere di tutto, del caldo e del freddo, della luce e del buio, del tempo che scorre veloce, e di quello immobile, che ti dà una meravigliosa idea di eterno.

Tutto mi sembra straordinario, tutto è miracolo.

Non è la prima volta che mi accade, sono abbastanza usa alla felicità: e non parlo di attimi, parlo di uno stato d’animo costante, lontano da quei tormenti di cui qua e là leggo e da cui, lo ammetto, non sono sempre stata immune.

“Ti piangi addosso”, diceva una mia amica. Per piangere ho pianto, ma non è che fossi inserita in un contesto facile; però, piangersi addosso ho sempre pensato significasse un’altra cosa.

Sono passati gli anni e, tra difficoltà oggettive e soggettive, conquiste e perdite, sogni accantonati e inaspettati doni, ho passo passo trovato la mia forza, il mio equilibrio, la mia solidità: ma lei continuava a dire che mi piangevo addosso.

Capivo che il problema era lei che si piangeva dentro. Un matrimonio sbagliato, che sua madre vedova aveva osteggiato, e che lei portava avanti perché le sembrava che il dramma maggiore fosse ammettere il fallimento, e non lo sprecare la sua vita in giorni di invivibile solitudine.

Perché ne parlo adesso? Non saprei. Non era autunno quando lasciai cadere la cosa dileguandomi, ma forse era autunno quando gliene parlai.

Ormai fuggiva ogni discorso “serio”, di sé non parlava perché la faceva soffrire e aveva bisogno di poter negare, di me non si parlava perché, così raggomitolata su se stessa, non aveva testa per le cose allegre né cuore per le altre.

Eravamo amiche da vent’anni, e le feci presente che la nostra amicizia era diventata di una superficialità paurosa: incontrarci era difficile, la mia vita era complessa, e attraversare la città sui mezzi, con bimba a seguito, per stare con un tappo in bocca (nelle orecchie non c’era bisogno, dati i silenzi di lei) a parlare al massimo di aria fritta, non era cosa che mi attirasse più di tanto. Le avevo offerto ogni tipo di soluzione logistica al suo problema, ma lei non voleva una soluzione, voleva che il problema non esistesse.

Alla fine avevo pure accettato la questione così, ho pensato fosse un momento in cui magari anche il solo vedere un essere umano potesse aiutarla, anche lo stare l’una accanto all’altra in silenzio, sia pure semplicemente commentando il caffè che si stava sorseggiando, potesse essere di conforto e tamponare il dolore, ma era pesante fare attenzione a non parlare di niente, qualsiasi discorso che andasse al di là del tempo provocava grossi sbuffamenti e manifestazioni di intolleranza.

Era Natale. Avevamo un appuntamento e le avevo telefonato che ero già sull’autobus, confermandole che sarei arrivata di lì a poco: io sarei arrivata, lei mai. Mia figlia e io eravamo ferme, faceva freddo e c’era vento, e mia figlia, piccola, non ne poteva più. La coprivo come potevo col cappotto, ma la mia amica continuava a tardare, e alla fine decisi di entrare nel bar e aspettare al coperto. Le telefonai per avvertirla, e lei mi disse che oramai si era fatto tardi ed era a casa: senza disdire l’appuntamento, e nonostante fossimo entrambe munite di cellulari!

Fu l’ultima volta che la sentii.

A due telefonate di scuse, trovate in segreteria, non risposi mai.

22 thoughts on “Alba d’autunno

  1. e lei non si fece più viva, nemmeno un po?

    Se è così, tutte e due avete deciso di concludere. Ma io credo che in ogni amicizia, anche se si conclude, resta sempre qualcosa di buono, qualcosa che ci si porta dietro.

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  2. Lei secondo me aveva deciso di concludere non la nostra amicizia, ma la sua possibilità di vivere: non hai idea di quanto fosse triste e chiusa in se stessa, un’ombra rispetto alla persona che avevo conosciuto, ma assolutamente determinata a non uscirne fuori.

    Ammetto che sarebbe stato fastidioso sentirsi dire dalla madre l’inevitabile “Te l’avevo detto io!”, ma mi sembra che lei si stesse autocostringendo al pagamento di un prezzo da usura: è pur vero che lei proveniva da un paesino, e l’essere separata per lei significava entrare in conflitto con una mentalità radicata oltre che con la propria madre, ma come ha fatto a non scoppiare io non riesco a capirlo.

    Io ho sempre sostenuto che “bisogna saper perdere”, perché è l’unico modo per mitigarne gli effetti, altrimenti si fa come il giocatore che, per non ammettere la perdita, continua a puntare con la speranza di rifarsi, e porta così alla rovina tutta la famiglia: famiglia che poi, ovviamente perde.

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  3. Appena Brandy legge questo post capirà chi sto pensando io.
    Anche noi (io e Brandy) abbiamo una… conoscente così, per motivazioni e situazioni differenti, ma esattamente così: chiusa nel suo dolore, che porta orgogliosamente come un cilicio, ma di cui nn può far a meno di scaricartene addosso frustate laceranti…
    Era una davvero cara amica… adesso è solo una conoscente… e ultimamente, a chi mi ha chiesto cosa fare con lei, perché potrebbe anche ritornare a frequentare le ns ore di svago, ho detto che le IMPORREI solo di non rompere i cosiddetti, fuori o dentro il gruppo… perché alla fine ci si stanca, ci si logora… e non si può perdonare perché sarebbe come dimenticarsi del male subito dagli innocenti.

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  4. Ti capisco, purtroppo di situazioni così capitano. Per me è stata “una delle due”, e la seconda è stata qui sotto i vostri occhi, e per gli stessi motivi. Tu racconti di “dolore enorme, portato orgogliosamente come un cilicio, ma di cui non può far a meno di scaricartene addosso frustate laceranti…
    Era una davvero cara amica… “, e la situazione è esattamente la stessa, tale e quale, ma anni in prima linea con persone ferite mi hanno insegnato a farmi coinvolgere ma non travolgere.

    Qui non si tratta di perdonare, io non ho nulla da perdonare né all’una né all’altra, la debolezza non è una colpa, e il fatto che poi un dolore da cui non si trova la forza di liberarsi venga rigettato sull’altro come una frustata è normale da un punto di vista umano, è una reazione chimica quasi obbligata di debolezza+dolore.

    Questo non significa che noi dobbiamo stare lì a prenderci le frustate, non aiuterebbe nessuno, e ci incattiverebbe a nostra volta.

    E a proposito di cattiveria, visto che la seconda è stata definita “cattiva”, direi di sì, lo è, ma nel senso etimologico del termine.

    Mi spiego: in latino, da cui la nostra lingua deriva, cattivo nel senso che gli attribuiamo oggi si diceva “malus”, mentre “captivus” significava prigioniero. Fu la cultura cristiana a dare alla parola “cattivo” l’accezione che ha oggi, intendendo che non esisteva l’individuo “malus”, malvagio per sua natura, ma “captivus”, prigioniero del Male.

    Ecco, queste persone sono prigioniere del loro dolore, e dell’incapacità di uscirne, e di questo presunto loro grande dolore se ne fanno un’arma, un alibi e un paravento che usano per fare polpette delle vite altrui.

    *** magari di quelli che hanno più coraggio di pagare i propri conti e non si dedicano al harakiri ***

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  5. Ciao Marta! Come va?

    Sì, la mancanza di affidabilità e rispetto per la vita e il tempo degli altri mi manda in bestia; questo comunque non era un appuntamento disdetto, ma bucato, quando ci eravamo sentite telefonicamente mezz’ora prima e le avevo detto che ero già sull’autobus e in arrivo.

    Mi ha lasciato per strada al gelo con una bambina che all’epoca avrà avuto cinque anni: ma che le dice la testa??? E vorrei sapere cosa insegna ai suoi studenti.

    Ah, già dimenticavo: è un’insegnante di liceo

    *** mi dicono non particolarmente amata… ***

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  6. come va?…va che mi sento un mostro.. quel piccoletto non ha potuto nemmeno difendersi..io non volevo..ma si è buttato sulla strada..e io non ho frenato..povero riccetto…
    così mi sento una vera bastarda..
    però..se togliamo l’omicidio e l’interrogazione di francese alle porte… stò una favola… 😦
    you invece..come butta??

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  7. Per riccetto intendi un riccio di castagna?

    “to me” butta bene, qualche seccatura qua e là, qualche taglio di ramo secco che sembra inevitabile…

    *** butta benissimo… butto benissimo… mi buttano benissimo ***

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  8. Immaginavo… i ricci di castagna non camminano! 😆

    Ho ricevuto la tua e-mail, ma non riesco ad aprire l’allegato: ci riprovo domani in ufficio, o se vuoi puoi mandarmelo nell’angolo delle chiacchiere come commento.

    *** comunque grazie! ***

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  9. Cara Diemme, non sono riuscita a risolvere il problema del link… il tuo articolo mi ha fatto riflettere sul concetto di amicizia. Mi immaginavo la scena di te al gelo con la bimba piccola. E dall’altra parte la tua ex amica ancorata ai propri egoismi. Spesso mi interrogo sul concetto di amicizia, di correttezza, di educazione… sicuramente quella era la goccia che ha fatto traboccare il vaso…sicuramente lei era ancorata alla propria situazione, egoistica e problematica, senza guardare dalla sua finestra sul mondo, perchè la sua finestra era solo su se stessa. Io mi arrabbio costantemente con amici egoisti, amici che pensano solo a loro stessi. Amicizia è accettare gli altri come sono, ma non vuol dire pensare solo ai propri problemi, non vuol dire guardare solo se stessi. A volte accettiamo queste cose perchè vogliamo bene a queste persone, perchè cerchiamo attenuanti …momento difficile, passerà, ma non è vero e non è giusto. Noi siamo importanti! Non siamo meno importanti di loro. Sono in un momento della mia vita in cui sono stanca di giustificare…buoni si fessi no…il rispetto prima di ogni cosa…rispetto x gli altri, per chi ci sta intorno, ma anche x noi stessi. Ho smesso di essere la fata buona, ma x essere streghe bisogna esserci tagliati. Un abbraccio stellasolitaria

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  10. Cara Stella, con il link hai risolto, è perfetto!

    E che strano, probabilmente mentre tu scrivevi queste tue osservazioni, io stavo scrivendo, senza saperlo, la risposta nell’angolo delle chiacchiere… un commento che si è scritto da solo, e mentre lo scrivevo mi dicevo “ma che ci azzecca coi discorsi che abbiamo fatto finora?”. La mia solita telepatia, ormai non ci faccio neanche più caso.

    La mia amica non era egoista, era sofferente, e la sofferenza, che credeva erroneamente di poter gestire, con cui credeva erroneamente di poter convivere, le chiudeva gli occhi e il cuore.

    Le voglio bene, ma se è vero che siamo tutti vittime di altre vittime, io per me stessa ho deciso di rompere le catene, e di non farmi vittima a mia volta. La penso, mi farebbe piacere rivederla, ma amici comuni mi riferiscono che è sempre più chiusa, quasi incattivita, un macigno. Non era così: ha sottoposto se stessa a una prova troppo pesante, e non ha voluto sentire ragioni, come quando sforziamo un muscolo, e non ascoltiamo il dolore che ci avvisa che abbiamo superato il limite, e che oltre quello subentra il danno.

    Dell’altra ho due lettere ancora da leggere, stanno lì, come un debito che devo pagare, ma che oramai nessuno verrà ad esigere. Mia figlia mi ha detto giorni fa “Mamma, non è stato sempre così, io ricordo che eravate amiche”: e cosa crede, che io non lo ricordi?

    Ci vuole coraggio a troncare con persone a cui si è legati, ma delle quali si arriva a capire che ci faranno solo soffrire. Dobbiamo qualcosa anche a noi stessi: Gesù stesso disse “Ama il tuo prossimo COME te stesso”, non si è mai sognato di dire “PIU’ di te stesso”.

    *** giustificare sì, ma non l’ingiustificabile, e non l’ostinata recidività ***

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  11. Cara Diemme, il tuo racconto mi ha fatto riaffiorare ricordi, adesso vado nel mio blog e scrivo un po’…spunto le tue parole…il mio blog: tutti i mattoncini della mia vita. Anni fa ho dovuto rompere un’amicizia perchè mi succhiava la mia linfa…non era cattiva era una delle mie piu care amiche…quando parlavo di egoismo non parlavo di egoismo fine a se stesso, ma di quella forma di egoismo che fuori esce quando vedi solo te stesso, solo i tuoi problemi, quando chiudi la tua finestra sul mondo. Chiudere con la mia amica mi ha fatto soffrire, piangere. Mi è mancata un sacco. Qualche anno fa il destino ci ha fatto riincontrare. Abbiamo ripreso a vederci ma io non sto coltivando l’amicizia. Forse dentro di me qualche ingranaggio si è rotto e non sono pronta a ricostruire il ponte tra noi. Il destino ha voluto ma io non l’avevo chiesto. Lei mi tende una mano io rimango a metà strada. La vita. Sono credente e praticante ma ho sempre pensato che gesu non avesse detto più di te stesso perchè più del bene che vogliamo a noi stessi è impossibile. Io mi adoro. Tu non adori te stessa? Un bacio Stellasolitaria

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  12. A volte non ti succhiano solo la linfa… ti succhiano il mondo che hai attorno. A volte ti rendi conto che il loro “amore” per te significa voler essere te, vivere attraverso te quella vita che non sono capaci di impiantare.

    Tu non hai idea di che persona meravigliosa fosse la mia amica: era di un paesino dell’entroterra sardo, assolutamente “tosta”, laureatasi a pieni voti con le sue sole forze. E pensare che il marito gliel’ho presentato io! Era un ragazzo che mi faceva probabilmente il filo (dico probabilmente perché io sono dura a capire certe cose), telefonate continue, anche quando era fuori, inviti a cena etc.

    Io ne parlavo a lei, e lei non capiva perché non mi interessasse: alto, biondo, occhi azzurri, ricco e nobile. “E’ di una noia mortale, e ha una mentalità del cucco: quando sto con lui il discorso cade in continuazione” le rispondevo, e per cadere il discorso con me, figuratevi quanto dovesse essere ristretto il suo mondo! Pero io avevo questo corteggiatore d’eccezione, lei no.

    Si conoscono, e dopo qualche tempo lei… beh, non sa come dirmelo… si è fidanzata con lui: “Non sei gelosa?”.

    Belva! Se pensavi che mi interessasse avresti dovuto girare al largo mille miglia, se sai che non mi interessa non capisco questi scrupoli. Le ho fatto presente le mie remore, ma lei mi ha assicurato che “con lei era diverso”. Mah, sarà!

    L’ha sposato, e lentamente ha incominciato a morire perché lui era di una noia mortale, e aveva una mentalità del cucco con cui ha continuato a scontrarsi tutta la vita, fino allo stremo delle sue forze: beh, però era riuscita a fregarmi il corteggiatore, vuoi mettere?

    *** Il copione è un classico… ***

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  13. Diemme, non pensi che sia arrivato il momento di alzare quel telefono? Pensa che lei ha bisogno di te e tu, ne sono sicura, hai bisogno di lei, anche dei suoi silenzi bui mentre bevete un caffe. Non pensi che il suo buio ha bisogno della tua luce? che il suo cuore arido ha bisogno della tua vitalità ed energia??? E pensare che ho appena detto tutto quello che pensavo al policeman ritrovarmi a dirti queste cose mi fa pensare che era giunto il momento di mandarlo al diavolo davvero. E io che avevo detto a confusa che ne ero uscita, forse ne sono uscita adesso senza nemmeno rendermene conto. Se vai a leggiucchiare il mio ultimo racconto fata capisci quanto sentimentale io possa essere e quanto mi affeziono alle persone. La tua amica ha bisogno di te e tu di lei. Un bacio stellasolitaria

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  14. No, penso proprio che alzare il telefono non servirebbe: impossibile aiutare chi non vuole essere aiutato, e soprattutto non sono nessuno per decidere che la sua vita è sbagliata e che dovrebbe vivere diversamente.

    Lei ha fatto le sue scelte e io le mie: le voglio un bene dell’anima, ma la sua vita è assolutamente incompatibile con la mia.

    Ci sono scelte che devono nascere dal più profondo dell’anima, e non ci sono parole di amici che potrebbero smuoverti se questa decisione non ti parte da dentro.

    Il tuo post l’ho visto subito e avevo incominciato a leggerlo, ma poi è arrivata la pargola tormentona, e addio concentrazione fino a domani!

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  15. Errata corrige: indecisa tra “non penso che servirebbe” e “penso che non servirebbe” il messaggio finale era uscito senza nessuna negazione…

    *** non è né freudiano, né segno del destino… solo segno delle condizioni in cui scrivo! ***

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  16. Pingback: Perderli (ma a volte ritornano…) | Diemme

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