Soffrire e compiacere

arrancame_la_vida.jpg Leggo queste parole dal blog di Alexis (riporto qui una parte dell’articolo perché non riesco a mettere il link diretto):

Per anni ho sopportato un sacco di cose e di persone che senza bere non sarei mai riuscito a tollerare. Ero così all’ora. Avevo paura di dispiacere. Temevo che un giorno gli altri si fossero accorti della mia idiozia, della mia reale incapacità di vivere e mi avessero di conseguenza voltato le spalle. Ero convinto di essermi abituato alle rinunce e pertanto credevo di essere abbastanza forte e strutturato. Non era vero, non lo ero per niente. Credevo di essere abituato a reprimere sogni e desideri, ma essi continuavano ad esistere  in  me senza che io nemmeno me ne accorgessi.  Provare desideri e sognare era frustrante. Ero allenato a compiacere però. Lo facevo con tutti. Lo facevo con i miei genitori e con i miei insegnanti. Mentivo in continuazione. Se mio padre mi chiedeva se fossi felice non osavo dirgli di no. Se lo avessi fatto lui ne avrebbe sofferto di una sofferenza impotente e inutile. La sua vita era già abbastanza difficile senza che mi ci fossi messo io di mezzo.  Una volta mia madre tornò dal lavoro con un mazzo di fiori. Non osò dirmi che li aveva presi per sè al mercato, così mi disse che glieli aveva regalati la sua padrona, quella donna ricca e altera che la teneva a servizio. Io, che avrò avuto sì e no otto o nove anni, presi i fiori,  li scaraventai sul pavimento e li calpestai con furore. Distruggevo quei fiori ed annientavo nella mia mente di bambino la donna che mi sottraeva la madre. Lei  non disse una parola. Il giorno dopo, uscendo da scuola incontrai  il mio compagno Giacomo insieme a suo padre, un ricco ambulante che vendeva al mercato: “ Certo che tuo padre potrebbe anche regalarglieli ogni tanto i fiori a tua madre, povera donna. Le voleva quelle margherite, ma non aveva neanche un soldo per pagarmele. Gliele ho regalate io:” mi disse il padre di Giacomo. Piansi disperato fino a casa: avevo distrutto un sogno a mia madre. Non avevo compreso. Avevo calpestato i fiori che lei desiderava tanto. Se lei mi avesse battuto o sgridato almeno sarebbe stato diverso, ma lei aveva taciuto, ingoiando la sua umiliazione e la morte del suo sogno. A casa nostra ci uccidevamo i sogni a vicenda, senza neanche volerlo. Era così. Era terribile e ancora oggi sono terrorizzato quando penso a quegli anni così tremendi. Ingoiavo sogni e desideri e mi convincevo sempre di più che per noi non c’era via di scampo.  Ero abituato al sacrificio tanto da non farci più nemmeno caso. Restavo a casa da solo, con mia sorella piccola, fino a che mia madre non tornava dal lavoro. Non mi era mai nemmeno saltato in mente di poter uscire con i compagni a giocare al pallone. Me ne tornavo da scuola con la mia chiave appesa  al collo, andavo dalla vicina, prendevo Anna e me la portavo a casa. Una volta venne l’assistente sociale. Bussò alla porta, mi chiese di entrare, la feci passare. Mi chiese dove fossero i miei genitori e quanti anni avessi. Mentii di nuovo. Dissi che i  miei erano usciti per andare da una zia che era stata male al’improvviso e che avevo 13 anni. L’assistente sociale non fece altre domande. Io ero piccolo, basso e tutto arruffato e nessuno avrebbe creduto a quella storia assurda, ma lei non tornò più, né arrivarono mai altri assistenti a portare qualche aiuto. Siccome non volevo mettere in agitazione i miei genitori, non dissi nulla di quella visita, non avevo il coraggio di dirlo  per paura di ferirli e farli piangere: non sopportavo gli adulti che piangono, mi facevano pena e paura. Pertanto, me ne stavo ben zitto e piangevo io  per loro, senza farmi sentire, in silenzio sul cuscino. Una cosa era certa: tutto doveva rimanere come prima. Io me la sarei cavata. Ed è da lì che nacque la mia convinzione che, qualunque cosa fosse accaduta, io avrei dovuto proteggere i  miei genitori. Li avrei protetti dalla vergogna, dalle male lingue, dalle assistenti sociali inutili, dalla loro povertà, dai loro desideri impossibili, dalla loro vita. Io proteggevo tutti e nessuno proteggeva me. Andava bene lo stesso. Io sarei vissuto senza la protezione di nessuno. Non  ne avevo bisogno, ero forte, caparbio, ostinato, non mi ammalavo mai e soprattutto avevo imparato molto bene a non avvertire alcun desiderio, a non sognare nessun sogno. Quando incominciai a bere lo feci  solo per uccidere definitivamente ogni ricordo di desiderio dentro di me.  Incominciai a bere perché riuscivo a vedere il grigio che circondava le cose e il nero che pervadeva l’anima delle persone, l’anima di tutti. Bevvi subito come un alcolizzato. E da subito seppi che avrei potuto morirci. Era consolante sapere che non avrei dovuto vivere per sempre, fino alla fine. A volte, quando provavo un dolore insopportabile l’unico pensiero che mi faceva star meglio era quello che non sarei stato costretto a vivere fino alla fine. E’ su questo che con Roberta ho dovuto lavorare più a lungo, su questo grumo di dolore vecchio quanto me, stratificato e solido, un angolo buio dove ancora oggi preferisco non avventurarmi troppo senza protezioni. C’è un vantaggio però per chi ha avuto pochissimo durante l’infanzia: tutto quello che arriva è in più, è come un grande dono, è come se fosse Natale tutti i giorni. Ora che sto bene riesco a vedere la vita con altri occhi. Ho messo a posto molti tasselli, il mosaico non è perfetto, ma per questo non ci sono problemi: qualche imperfezione vale pur sempre una vita. Mi ci vuole poco però per riconoscere  e toccare i mali antichi. Del resto le cicatrici dolgono spesso, anche dopo anni dall’evento che ha provocato la ferita. Non fa niente. “

Essere un altro per piacere.
Tra tanti problemi che ho, penso proprio che questo non ci sia, non ci sia mai stato. Io pensavo che ogni persona fosse in un certo modo, e potesse piacere o non piacere. Non mi era mai venuto in mente il concetto di “compiacere”, di violentare se stessi per farsi accettare, di sottoporsi volontariamente a questa castrazione dell’anima per rendere se stessi un’immagine gradevole, più che una persona in carne e ossa, ma, vivendo in questo mondo, mi devo rendere conto che esiste anche questo.

Una mia amica è così. Persona assolutamente capace, ha sempre quell’istinto a minimizzare ciò che costruisce, a tributarne il merito agli stoccafissi che ha accanto, ed è tanto brava a fare questo che alla fine tutti, lei compresa, si convincono che è così, che loro sono bravi e lei il problema.  Viene aggredita, ha paura, piange, emotivamente fragile come un bimbo, e viene voglia di proteggerla: ma lei non si fa proteggere, dispiacere gli altri è qualcosa di troppo forte per lei, non riesce, non riesce proprio.

Ha messo su un’attività fiorente, e ne ha date le redini a un sallucchione complessato e smidollato ma, d’altra parte, lui diceva “io sono”, mentre lei diceva “io non sono”: come poteva andare diversamente? Ha accettato come socia una capra arrogante e malevola, che ha seminato malessere, armato l’uno contro l’altro, e distrutto quello che lei aveva costruito. Nessuno l’ha fermata: né il sallucchione, incapace di capire e prendere posizione, nonché bisognoso di un’ancella, né lei, incapace di dire: “Pari grado? Tutti uguali? Sorry, io non sono uguale. Io sono una persona capace, e quella una capra, con un atteggiamento invidioso e insidioso, senza contare che l’attività è creatura mia, e quindi in base a che dovrebbe essere pari grado, quando tutto il suo contributo si risolve nel rispondere al telefono (sgarbatamente), tra uno sbuffo e l’altro?”.

Ma lei questo non lo dirà mai. Nel suo vocabolario non esistono le parole : “Io sono capace”, figuriamoci se esistono le parole: “Io sono capace, E TU NO”.

E’ facile metterla in condizione di svantaggio, basta accusarla di tutto: lei sa che le accuse sono infondate, ma è una situazione emotivamente troppo pesante.

Alla fine, ciò che non è riuscita a dire, è riuscita a scriverlo, ma le conseguenze sono in agguato: ce la farà stavolta? Riuscirà a rendersi conto che ha il coltello assolutamente dalla parte del manico, che anche gli altri si dovrebbero sforzare di essere un po’ più gradevoli, che sono una manica di ingrati per complessi di inferiorità, e non deve loro permettere di farla a pezzi?

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8 thoughts on “Soffrire e compiacere

  1. Mio Dio che triste inizio di mattino!

    Ho letto tutto d’un fiato quella storia che hai riportato e, anch’io per fortuna faccio fatica a ritrovarmici.

    D’altra parte, ci si imbatte spesso in persone che per compiacere cercano di piacere a tutti i costi. Ma come in questa storia, le radici non sono sempre così profonde.
    Lasciandomi dietro le spalle, per un attimo, chi annulla la propria personalità per essere accettato, riconosciuto come individuo, vivendo così l’equivoco che il piacere a tutti i costi è necessario, per trovare una propria collocazione, mi vengono in mente invece quelle che del piacere ne fanno un vanto, e tutta la loro esistenza la vivono ai margini di atteggiamenti ipocriti e spesso servili, per averne in cambio una contropartita, calcolata accuratamente in ogni suo particolare, a tavolino.

    Oggi, sempre più spesso le si incontrano, oggi, l’epoca del “virtuale” per eccellenza. L’epoca dello scambio d’interessi, dove il denaro prevale su ogni cosa, che sia morale, spirituale, deontologica, umanamente comprensibile.

    Ecco, ho paura di questa gente e, di tutti gli altri…una profonda tenerezza, soprattutto perchè è così difficile venirne fuori, far combaciare tutti i tasselli che, per una vita si sono incastrati, ahimé, in tutt’altro modo.

    *** Comunque, oggi c’è il sole! ***

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  2. Me ne ero accorta…. stavo giusto meditando se dirgli o no che forse le visite e gli interventi dovrebbero essere una cosa spontanea

    *** ma tu l’hai detto perché sei geloso delle attenzioni che gli dedico? ***

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  3. Cara DM,
    mi ha molto colpito il tuo commento all’articolo del blog di Alexis. Auguro alla tua amica di tutto cuore che sia in grado di affrontare le sue paure e risolvere i suoi propri conflitti interiori che la portano a sottovalutarsi.
    Sono con te e con lei, che immagino ti sia molto cara, e mi auguro di cuore che da questa malaugurata esperienza possa uscire integra e, perché no, persino vincente. La vita è assai bizzarra, le prove pesanti alle quali ci sottopone possono massacrarci o costringerci a crescere ed evolverci.
    Auguri alla tua amica e tanto affetto a te, che con questo tuo scritto dimostri quanto sia prezioso averti come amica.
    Lucy

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  4. Pingback: Cara Deborath… « Diemme

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