In autobus…

autobus2.jpgPrendere l’autobus ogni mattina è un’esperienza che si deve fare se si hanno velleità di crescita. Eh sì, perché che vuoi imparare della società in automobile, comodamente seduto, con riscaldamento o aria condizionata a seconda della stagione, stereo a palla, e tutte le tue cose comodamente adagiate sul sedile accanto?

Al massimo impari a non tenere il finestrino aperto e la borsa sul sedile…

Al massimo subisci la tortura dei lavavetri che, se non acconsenti ai loro servigi, ti sputano e ti schizzano l’acqua saponata (e se chiamassimo in continuazione i vigili a intervenire, non faremmo un soldo di danno: una telefonata possono ignorarla, duecento no.).

Ma volete mettere che esperienza di vita sia un bel viaggio in autobus! Intanto, l’autobus, devi riuscirlo a prendere: aspettarlo è un arte, riuscire nell’attesa a leggere qualcosa o a parlare con qualcuno anziché stare immobili, con gli occhi fissi nel vuoto, posizione di vedetta, intestino raggrovigliato per l’ansia, richiede anni di esperienza, e non tutti riescono.

E poi, finalmente, salire, cercarsi uno spazietto dove si respiri, lontano da individui che hanno preso alla lettera il motto “l’omo ha da esse omo, l’omo ha da puzza’!.

Lontano da potenziali borseggiatori.

Lontano da chi urla al telefonino (e qui si fa dura).

Ma l’elemento più interessante da un punto di vista sociologico e folkloristico sono gli studenti e quelli che non spostano il sedere dalla sedia né davanti a invalidi, né ad anziano e bisognoso di nessun tipo (spesso le due categorie coincidono).

Ragazzetti di 13/14 anni…caliamo un velo pietoso sul linguaggio (che, diciamocelo, un certo effetto lo fa); caliamo un velo pietoso sul fatto che scendano dall’autobus con la sigaretta in mano, pronti ad accenderla, dopo aver fatto la questua.

Ma quando senti che raccontano di essersi fatte (e di farsi) tante di quelle canne da sentirsi dei lombrichi, da sentirsi il cervello bruciato e non riuscirsi neanche più a ricordarsi il proprio nome… e di un povero padre che li prega in ginocchio di smettere. Non ne posso più di questo fallimentare “approccio psicologico” che si usa tanto adesso, io sono per “pala e piccone”.

Un altro gruppo di giovinastri parla dello scambio di partner, delle ammucchiate selvagge.

Più in là due donne bisbigliano, mostrando furtivamente l’una all’altra i telefonini: teneri messaggi d’amore, velati di malinconia. Capisco che sono due madri, senza un supporto familiare, e c’è un amore che urla dentro di loro e che non possono fare uscire, nei confronti di un uomo che non può capire. In un’ora e mezzo di percorso, le loro storie si delineano sempre di più: in entrambi i casi i rapporti non possono che essere platonici, l’uno al 99%, l’altro al 100%.  Una riesce a strappare per lui dieci minuti al giorno, l’altra nulla: si fanno il conto che ci vorranno cinque o sei anni prima di potersi riappropriare del proprio tempo e del proprio spazio, e abbassano gli occhi tacendosi il fatto che queste storie non dureranno tanto.

Ma da queste madri con le mani legate si sprigiona la vita, quella che non ho visto nei giovinastri strafatti, o in quelli che cercano di dare un senso ai loro giorni noiosi e vuoti con improbabili ammucchiate; non vedo vita in quegli uomini vigorosi e forti che stanno seduti a leggersene il giornale, mentre la povera vecchia, magari con le sporte della spesa, fa strani giochi di equilibrio per tenersi in piedi.

Domani altre tre ore di viaggio, un’ora e mezzo all’andata e altrettanto al ritorno: e altre persone sconosciute mi regaleranno brevi attimi della loro vita.

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2 thoughts on “In autobus…

  1. I nostri mezzi pubblici….cosa sono diventati!!!!
    In effetti prendere i mezzi pubblici è sempre stata un’arte e i personaggi che viaggiano sono più o meno gli stessi…..nel senso che si trova di tutto.
    E’ tanto che non prendo i mezzi, perchè lavoro in un posto un po’ decentrato e quindi sono costretto a prendere la macchina.
    Ma sono d’accordo con te sul fatto che sui mezzi pubblici si raccolgono attimi di vita che non si possono “catturare” in altri luoghi.
    Gente che puzza, che straparla, che ride, che piange, che si lamenta. A volte sembra di assistere ad una rappresentazione teatrale.
    Comunque si mettono in evidenza delle situazioni di disagio sociale e psicologico non indifferenti, che ci portano inevitabilmente a riflettere.
    Si sentono ragazzetti straparlare e che fanno discorsi così sciapi e che non hanno ne’ capo e ne’ coda. La loro maleducazione e arroganza. Ma questo non si vede solo nei mezzi pubblici: ho degli esempi anche in ufficio. Ragazzi che non si rendono conto nemmeno di quello che dicono. Parlano solo perchè hanno questo dono.
    Delle volte mi chiedo che futuro avranno questi ragazzi e cosa saranno in grado di offrire a questa società. La cosa mi spaventa abbastanza.
    Come mi spaventa il fatto di sapere di donne che vivono degli amori in maniera repressa e che non hanno coraggio o modo di esternare. I sentimenti non vanno repressi, semmai vanno alimentati.
    Ritornando ai mezzi pubblici credo che siano davvero dei luoghi in cui si ha modo di “gustare” uno spaccato della nostra società, dove sentimenti, discorsi e quant’altro vengono messi in evidenza da attori involontari.
    Un giorno li riprenderò……
    Secondo me il biglietto dovrebbe costare di più….come in un teatro!!!!

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  2. Ma il teatro prevede i posti a sedere… Scherzi a parte Ric, una cosa voglio precisare: quelle donne non reprimevano i sentimenti anzi… li alimentavano come potevano. Era la possibilità fisica di vivere la propria storia quella che mancava, e questo capita di frequente, specialmente se non si può mettere pesantemente mano al portafoglio. Per una madre, passare una serata fuori casa può superare i 50 euro, tra baby sitter etc, + il costo della serata fuori casa, e non tutte possono permetterselo.. questo anche a fronte di padri latitanti che, oltre a non essere presenti, non passano neanche i doverosi alimenti.

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