Finita la campagna elettorale (che noi non abbiamo mai fatto), ne iniziamo subito una pubblicitaria.

Ho ricevuto questo messaggio da Arthur nel nostro angolo delle chiacchiere, ma temevo che lì potesse passare inosservato ergo, in qualità di suo PR, gli do, in primo piano, l’enfasi che merita.

“Ho pubblicato delle foto per partecipare ad un concorso on-line, che ha come soggetto “Territorio e Territori”.
Ci sono tanti premi e ovviamente aspiro al primo premio…
Se vi piacciono le mie foto, VOTATEMI, potete farlo cliccando semplicemente sul pulsante “vota questa foto”, disattivando i cookie e attenzione a dove c’è scritto “ * Voti”, perchè non sempre al primo clic aggiunge il voto. Quindi occhio a contatore che avanza.
Ovviamente, potete votare quante volte vorrete e, tenete conto che la giuria valuterà anche in base ai voti on line.
Al momento, la foto più cliccata (?) è a quota 68741 (pulsante i più votati… )
IO le ho appena messe e quindi devo recuperare il tempo perduto.
Devo aggiungerne altre due e, quando lo farò, sarà mia premura aggiornarvi.

I link per votare sono:

Per le strade di Siviglia…venditrice ambulante

Siviglia…balconi…

Parigi, Museo d”Orsay…farfalla…

Mercato di Lampedusa…Banco della frutta

Adama…cuoca Senegalese

Fatemi sapere cosa ne pensate.

Grazie!

*** Tesorisia, conto su di te…*** “

Nota di Tesorisia: Votate, votate, votate! E siccome uso metodi profondamente scorretti, se Arthur non vince il primo premio metto la password all’angolo delle chiacchiere!!!

Una sola domanda x Arthur: perché dici di disattivare i cookie? Io ho già votato tutte le foto, non mi sembra che ci siano stati particolari problemi.

*** E, incosciamente, hai fotografato in due foto su cinque qualcosa che mi rappresenta… ***

   “Diemme, ti ricordi E.? “ mi chiede una mia amica, una volta che eravamo a cena fuori con suo marito.

“No”.

“Dai, quello che usava tutte quelle parole strane!”.

“No, non me lo ricordo”.

“Dai, ti ricordi che ogni tanto se ne usciva con una parola difficile, di cui neanche lui sapeva il significato, e poi abbiamo scoperto che se le cercava la sera sul dizionario, per spararle il giorno dopo, per lo più totalmente a sproposito?”.

“Non mi viene proprio in mente”

“Dai, se ne usciva sempre con paroloni tipo vernacolo”.

“E che, vernacolo è una parola strana?”

“Per te che lo sai no, ma vuoi scommettere che M. (ndr, suo marito) non lo sa?”

E, rivolta al marito “M., tu sai cosa significa vernacolo?”.

A quel punto M. tuona contro di me: “Ecco, poi ti lamenti che stai sempre sola, ma parla come magni, tu sei capace di stare con un uomo e sul più bello dirgli Caro, mi vai vedere il tuo vernacolo?

Al “Caro, mi fai vedere il tuo vernacolo?” io e la mia amica non abbiamo resistito, e giù a ridere a crepapelle.

“Sì, ridi ridi, ma ci pensi a un povero disgraziato, che per venire a letto con te si deve portare appresso il vocabolario?”

Io e la mia amica eravamo piegate in due dalle risate, io in particolare con le lagrime agli occhi (è il mio modo di ridere, mi capita spesso… ). Comunque riesco a replicare: “Ma dai, ma chi è che nell’intimità parla forbito?”

“For dito? Pure for dito?”.

Non ne potevamo più dalle risate, fu una serata veramente esilarante.

 *** Ma un’avventura col suddetto è esclusa, e non soltanto per correttezza… ***

Traduco liberamente dal libro che sto leggendo in autobus, “Your best life now”, di Joel Osteen.

Puoi non averlo realizzato, ma è estremamente egoistico indugiare nei propri problemi, pensando sempre a ciò che si vuole o a ciò di cui si ha bisogno, notando a malapena le necessità degli altri intorno a noi. Una delle cose migliori che si possono fare quando si ha un problema, è aiutare qualcun altro a risolvere il suo. Se vogliamo che i nostri sogni si realizzino, dobbiamo aiutare qualcun altro a realizzare i suoi. Cominciamo a gettare i semi, se vogliamo che Dio ci porti il raccolto.

Ecco, dopo 30 anni di volontariato devo dire che è esattamente così: uno comincia per aiutare gli altri, e finisce, regolarmente, che quello che riceve è di gran lunga superiore a quello che dà.

Quando si ritorna a casa ci si sente… voglio dire, non in pace con se stessi nel senso “ho fatto l’opera buona della giornata”, ma ci si sente arricchiti perché ogni volta è come se ci venisse donato un terzo occhio, un sesto senso, una sorta di superpotere, una capacità di vedere e capire che invece, generalmente, la quotidianità ci toglie e ci spegne.

Dare costa poco, a volte basta aggiungere un posto a tavola un giorno di festa - o un giorno qualsiasi, basta una telefonata per chiedere “Come stai?”, e far sentire alla persona che ci preoccupiamo per lei, che quando non la sentiamo la pensiamo, basta ascoltare uno sfogo… Diciamocelo, non sono grandi cose per chi dà, ma per chi riceve… è come se noi dessimo un euro, e all’altro ne arrivassero 100: beh, conviene!

Io ho due rimorsi: una volta a un semaforo mi si avvicinò un extracomunitario, mentre mia figlia stava scartando una merendina (avrà avuto tre o quattro anni). Mi chiese se ne avevo un’altra, che quel giorno non aveva mangiato, che aveva bevuto solo acqua, e aveva tanta fame. Io non ce l’avevo, ma chiesi a mia figlia di darmi la sua, che non aveva ancora toccato, impegnandomi a ricomprargliela doppia di lì a pochi minuti: ma, come è comprensibile, non ne volle sapere. E lui “No signora, lasci stare, non tolga il cibo alla bambina”: signore fino in fondo, ed essere signori quando si ha fame, è merito decuplo.

Potevo aprire la borsa e dargli dei soldi, ma non lo faccio mai, non è prudente aprire la borsa e tirare fuori il portafogli in certi contesti. Una volta tenevo sempre un po’ di spicci a disposizione proprio a questo scopo, ma dopo che mi hanno spaccato la macchina per ben due volte per prenderli, ho perso l’abitudine: ma la fame di quell’uomo, a distanza di dieci anni, ancora mi pesa.

Un’altra volta, era la vigilia di Natale ed era molto tardi, mi fermai a un distributore per fare benzina. L’extracomunitario che era lì mi fece il pieno, ma rifiutò la mancia. Mi disse “Non voglio niente, buon Natale signora!”. E io, che avevo casa piena di panettoni, pensai “Ora salgo un attimo, ne prendo uno e glielo porto”. Ma, tornando a casa, incredibile dictu, trovai parcheggio, in una zona in cui trovarlo è un miracolo, e i venti minuti, se non trenta o quaranta, di giro di palazzo sono assicurati. Fu così che non riscesi.

Ero giovane, ma non così tanto da non sapere cosa significhi essere un emigrato. E se non sapevo cosa significasse trascorrere una festa da sola, era perché non ero mai stata lasciata sola, perché c’è stato sempre chi mi ha invitato, chi mi ha ospitato, chi aveva una stanza riservata per me in tutte le occasioni di festa. Posso immaginare che cosa poteva significare per una persona nelle sue condizioni, che passasse qualcuno a dirgli “Buon Natale”, e regalargli un dolce.

Non l’ho fatto, e anche di questo ho rimorso.

Tante volte mi è capitato di comprare abiti di una taglia più piccola perché “tanto ora dimagrisco”: poi mettevo sempre le stesse due cose, fino a esaurimento delle stesse.

Una volta arrivo alla nudità totale: apro tutte le sei ante dell’armadio, traboccanti di ogni ben di Dio, ma non di “ben di Giunone”. Mi acchiappo un qualche camicione, corro nel primo negozio, vedo un delizioso abito rosso bordato di velluto nero, lo misuro: niente da fare, stringe. La commessa lo guarda, e mi dice: “Guardi signora, le stringe pochissimo, qui basta calare un paio di chili, che ci vuole? Faccia un fioretto!”.

Ed io, di rimando: “Basta fioretti, ho un armadio a sei ante pieno di fioretti! Ora mi serve un abito da indossare per uscire…”

Il nominare Piazza Navona mi ha fatto venire in mente i ricordi legati a quella piazza in cui, sotto Natale, si allestisce un mercatino, con tante bancarelle di dolci e doni, e c’è la casetta della Befana, e Babbo Natale…

I miei mi ci portavano sempre, e io ero così emozionata di poter conoscere Babbo Natale e la Befana di persona, e poi qualche dolcetto lo rimediavo sempre, e poi, quell’orgia di giocattoli…

Poi i miei ricordi vanno direttamente all’ultimo anno di liceo, non avevo mai bigiato la scuola, ma mi pareva brutto terminare il corso senza aver mai fatto un’assenza che non fosse causata da una febbre a 40°.

E così feci una cosa a metà, nel senso che dissi a mia madre che quel giorno avrei marinato la scuola e me ne sarei andata a spasso, con un’amica che, invece, l’aveva marinata nel senso più classico del termine.

Ricordo ancora le pizzette rosse che ci comprammo per il pranzo, consumato sui gradini di una chiesa chiacchierando fitto fitto..

E poi passiamo direttamente a un’età più adulta, io e un’altra amica eravamo uscite con due ragazzi (uno più noioso dell’altro per la verità), ma la serata era incantevole, ed eravamo stati bene: mentre passeggiavamo per Piazza Navona, esclamai con tono ispirato: “Mi è sempre piaciuta Piazza di Spagna!”.

“Piazza di Spagna?” ribatte la mia amica. “Guarda che questa è piazza Navona!”. E io, tignosa: “E allora? A Piazza Navona non posso dire che mi piace Piazza di Spagna? Per dire che mi piace la torre Eiffel mi devo forse trasferire a Parigi?”. Chiaramente era stato un lapsus…

Passano ancora gli anni, e mia figlia di tre anni deve fare un’uscita con la scuola proprio a Piazza Navona, una sfilata con le maschere preparate da loro, ma io figurati se la mollo: a Piazza Navona, confusione, tipi “alternativi”, e due maestre appresso a 25 ragazzini… Insomma, mi prendo un giorno e vado con loro.

Che giornata, che bello vederla felice della sua maschera, cantare e ridere facendo girotondo…

T’amo e non t’amo

 

E’ giusto non amarti, o amarti in modo strano?

E’ giusto chiederti di prendermi per mano,

mentre la testa è altrove e il cuore…

mah, non so neanche se c’è. Ti chiamo amore,

 

e sì, sì lo penso e t’amo, t’amo senza pudore,

ma con la testa altrove, verso un altro dolore.

Tu saprai che non t’amo: e invece t’amo

Perché l’amore ha mille facce, e una è quello che siamo.

 

Mi scruti, tu sai quello che penso e non rispondi,

certe volte, lo sai, siamo due mondi,

vicini o lontani, dipende dalle orbite,

dalle memorie torbide, dalle mie curve morbide.

 

T’amo e non t’amo, i sensi sono strani,

certi ponti si tagliano, e certi sono liane,

certi cemento armato,  certi nuvole vane

vènti come tsunami, forza di cento mani.

 

T’amo e voglio fuggire, t’amo e voglio scordare,

perché forse non t’amo, e tutto questo è strano.

 

DM, 18/04/2008

 

Brutta cosa la gelosia. Brutta brutta.

E ve lo dice una gelosa, una che si sente contorcere le viscere persino se “lui” fa un buffetto su una guancia a un’altra: perché io non ci credo che possa esistere amore senza gelosia, non ci credo che uno possa essere coinvolto all’ennesima potenza con una persona senza la paura di perderla.

Ma scenate non ne ho praticamente mai fatte.

“Omnia munda mundis”, tutto è puro per i puri, e io ho sempre avuto fiducia nella persona che avevo accanto; anche perché, senza sintonia di certi valori, secondo me non c’è unione. Posso aver temuto di perderlo, ma non ho mai pensato che mi mentisse. Posso aver pensato che, a volte, mentisse a se stesso, ma sempre inconsapevolmente.

Non amo i bugiardi e i doppiogiochisti, e quindi per me il problema è risolto alla radice.

La gelosia che io condanno è quella malata, la paranoia allo stato puro, quella che rende la vita della persona che ci sta accanto un inferno: scenate, scenate, e ancora scenate, accuse, calunnie, persino pedinamenti, lettura della posta dell’altro, dei messaggi sul telefonino, violazione di ogni suo spazio. E per di più, per quanto una possa tentare di assecondare la persona gelosa, non dare adito, rassicurare, è una battaglia persa. Ci si ritrova soffocati dall’isolamento, dalla solitudine e dalle scenate, in una vita che non ha più niente di gioioso e costruttivo.

Si perde fiducia in se stessi, si perde il sorriso, la voglia di costruire, e tutto assolutamente a vuoto. Ci si ritrova larve spogliate di qualsiasi energia, e soprattutto il compagno, o la compagna, ci lasceranno lo stesso.

Il motivo? Ma perché l’abbiamo tradito ovviamente! E a nulla vale che non sia vero, che sia la più bieca e bassa calunnia: il geloso non ce la fa a convivere con il suo sentimento, con la sua insicurezza, con la sua paura. Con la sua malattia. Praticamente non ce la fa a vivere con se stesso ma, non potendo lasciare se stesso, non può far altro che lasciare l’altro.

Che poi magari alla fine, portato all’esasperazione, tradisce davvero. Magari per evadere da quell’inferno. O forse solo perché stanco di essere accusato ingiustamente alla fine scatta la molla del “Mi hai accusato di questo? E ora lo faccio davvero, così ti do ragione!”, o perché non sopporta più una correttezza e una lealtà che non pagano.

La persona gelosa ti uccide, psicologicamente, ma spesso anche materialmente (e la cronaca è piena di questi episodi).

Che altro dire? Se avete accanto una persona gelosa, in maniera paranoica e invivibile intendo, non aspettate che vi faccia a pezzi, non riducetevi a passare la vostra vita a piangere e giustificarvi, non combattete una battaglia persa, in cui l’unico ruolo che vi è concesso è quello della vittima sacrificale.

Io penso che l’unica soluzione sia fuggire: meglio il dolore di un distacco, lenito da una ritrovata tranquillità, che una stupida, infinita agonia.

Pochi momenti sono più deliziosi di quando un figlio comincia a parlare. Finalmente possiamo condividere i suoi pensieri pisoli pisoli e, se si ha la fortuna che ho avuto io di avere un figlio chiacchierone, il divertimento è assicurato.

Mi raccontò una volta una mia amica, che il figlio le chiese: “Mamma, ma quando uno parla, dove va il parlo?”. Mi disse che il figlio sfornava queste chicche in continuazione, ma lei le aveva dimenticate tutte.

Fu così che decisi di scriverle e ora, risfogliando l’opuscoletto intitolato “Frasi celebri di Attilisia“, il divertimento (e un po’ di commozione) sono assicurati. Il tutto risale a quando lei aveva tra i due anni e mezzo e quasi tre e mezzo.

Le sto rileggendo, e mi ricordo bene l’episodio descritto: Attilina a casa della zia, vede una ciotola piena di biscotti; l’attirano molto ma, educatamente, sta al suo posto e aspetta che la zia glieli offra. Poiché però la zia è evidentemente distratta, le si avvicina e, con il tono più flautato possibile, le suggerisce: “Se vuoi, puoi darmi un biscotto!”.

O un’altra volta che in macchina vuole che le apra una merendina, e io “No, perché si sbriciola troppo”, e lei, di rimando: “Ma poi viene il buon Dio che fa tutto bello e pulito e spazza tutte le briciole!”.

Poi, quella da non perdonarle: “Mamma, anche se sei un po’ brutta ti voglio tanto bene!”.

Una volta, esasperata, le urlai “Io ti ammazzo!”; e lei, fiera, prontamente: “Se mi ammazzi ti mando in carcere, in castigo in un posto bujissimo!”

Una volta, impedendo al padre di guardare il telegiornale, lo esorta: “Guardiamo i cartoni animati, che sono il telegiornale dei bambini!”

E ancora un altro episodio: alla scuola materna mi avevano detto che avrebbero insegnato l’inglese ai bambini, ma io non riuscivo a capire se il progetto fosse stato avviato o meno. Cerco di sapere da mia figlia se c’è una nuova maestra, una persona che parla in maniera strana, ma niente, non riesco a ottenere informazioni. Un giorno, finalmente, mia figlia esclama con voce stentorea “YEEEES!”. Di nuovo insiste: “YEEEES!”. Poi, rivolgendosi a me, mi spiega “Yes significa ‘no’ “. E io, perplessissima, mi chiedo: “E quanto dovrò pagare per queste lezioni?”.

Un’altra volta stava studiando inglese da sola con le videocassette di Walt Disney (Magic English). Io comincio a chiederle: “che significa rabbit?” E lei “Coniglietto”. “E cat?” “Micetto”. “E dog?” E lei, dopo una pausa di riflessione: “Pluto!”.

E per concludere (e vantarmi tanto), frasi per la mamma:

“Mamma, io piango perché sono commossa di quanto tu sei bella!”.

“Mamma, sei come una stella con gli occhi, il naso, la bocca, d’oro e d’argento tutta molto brillante!”

“Mamma, lasciami con papà e stai tranquilla: è buonissimo!”

“Mamma, non ti preoccupare per la pancia grossa: sei bellissima così!”.

E mi fermo qui….

 

 

 



Cinderella
A dream is a wish your heart makes
When you’re fast asleep
In dreams you lose your heartaches
Whatever you wish for, you keep
Have faith in your dreams and someday
Your rainbow will come smiling thru
No matter how your heart is grieving
If you keep on believing
the dream that you wish will come true

http://www.youtube.com/watch?v=rE4dF0eA-Ss

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