Traduco liberamente dal libro che sto leggendo in autobus, “Your best life now”, di Joel Osteen.
Puoi non averlo realizzato, ma è estremamente egoistico indugiare nei propri problemi, pensando sempre a ciò che si vuole o a ciò di cui si ha bisogno, notando a malapena le necessità degli altri intorno a noi. Una delle cose migliori che si possono fare quando si ha un problema, è aiutare qualcun altro a risolvere il suo. Se vogliamo che i nostri sogni si realizzino, dobbiamo aiutare qualcun altro a realizzare i suoi. Cominciamo a gettare i semi, se vogliamo che Dio ci porti il raccolto.
Ecco, dopo 30 anni di volontariato devo dire che è esattamente così: uno comincia per aiutare gli altri, e finisce, regolarmente, che quello che riceve è di gran lunga superiore a quello che dà.
Quando si ritorna a casa ci si sente… voglio dire, non in pace con se stessi nel senso “ho fatto l’opera buona della giornata”, ma ci si sente arricchiti perché ogni volta è come se ci venisse donato un terzo occhio, un sesto senso, una sorta di superpotere, una capacità di vedere e capire che invece, generalmente, la quotidianità ci toglie e ci spegne.
Dare costa poco, a volte basta aggiungere un posto a tavola un giorno di festa - o un giorno qualsiasi, basta una telefonata per chiedere “Come stai?”, e far sentire alla persona che ci preoccupiamo per lei, che quando non la sentiamo la pensiamo, basta ascoltare uno sfogo… Diciamocelo, non sono grandi cose per chi dà, ma per chi riceve… è come se noi dessimo un euro, e all’altro ne arrivassero 100: beh, conviene!
Io ho due rimorsi: una volta a un semaforo mi si avvicinò un extracomunitario, mentre mia figlia stava scartando una merendina (avrà avuto tre o quattro anni). Mi chiese se ne avevo un’altra, che quel giorno non aveva mangiato, che aveva bevuto solo acqua, e aveva tanta fame. Io non ce l’avevo, ma chiesi a mia figlia di darmi la sua, che non aveva ancora toccato, impegnandomi a ricomprargliela doppia di lì a pochi minuti: ma, come è comprensibile, non ne volle sapere. E lui “No signora, lasci stare, non tolga il cibo alla bambina”: signore fino in fondo, ed essere signori quando si ha fame, è merito decuplo.
Potevo aprire la borsa e dargli dei soldi, ma non lo faccio mai, non è prudente aprire la borsa e tirare fuori il portafogli in certi contesti. Una volta tenevo sempre un po’ di spicci a disposizione proprio a questo scopo, ma dopo che mi hanno spaccato la macchina per ben due volte per prenderli, ho perso l’abitudine: ma la fame di quell’uomo, a distanza di dieci anni, ancora mi pesa.
Un’altra volta, era la vigilia di Natale ed era molto tardi, mi fermai a un distributore per fare benzina. L’extracomunitario che era lì mi fece il pieno, ma rifiutò la mancia. Mi disse “Non voglio niente, buon Natale signora!”. E io, che avevo casa piena di panettoni, pensai “Ora salgo un attimo, ne prendo uno e glielo porto”. Ma, tornando a casa, incredibile dictu, trovai parcheggio, in una zona in cui trovarlo è un miracolo, e i venti minuti, se non trenta o quaranta, di giro di palazzo sono assicurati. Fu così che non riscesi.
Ero giovane, ma non così tanto da non sapere cosa significhi essere un emigrato. E se non sapevo cosa significasse trascorrere una festa da sola, era perché non ero mai stata lasciata sola, perché c’è stato sempre chi mi ha invitato, chi mi ha ospitato, chi aveva una stanza riservata per me in tutte le occasioni di festa. Posso immaginare che cosa poteva significare per una persona nelle sue condizioni, che passasse qualcuno a dirgli “Buon Natale”, e regalargli un dolce.
Non l’ho fatto, e anche di questo ho rimorso.