Giorni fa è stata richiamata la mia attenzione su un’affermazione che io ho fatto in risposta a un altro post, in cui riportavo una frase di un mio amico che diceva “per avere il perdono bisogna pure che uno lo chieda.”.
Questa persona dichiarava di non sapere se essere d’accordo o meno con questa affermazione, e così ho avuto un momento di riflessione che mi ha portato a rispondere:
Vedi, quando il perdono è chiesto, questo porta alla riconciliazione, quando invece è un atto unilaterale, verso un peccatore ignaro del suo peccato (Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno), è un atto unilaterale, che non porta a un dialogo che sarebbe tra sordi.
E’ quindi un perdono diverso quello di cui parliamo, il primo prelude all’abbraccio, il secondo alla pace con se stessi, senza che quest’atto del perdono investa e coinvolga l’altro.
Credo sia così, c’è un perdono “paritario”, che segue una franca spiegazione, e c’è quello che cade dall’alto verso il basso, per compassione e forse pure per comprensione ma unilaterale. Il rapporto con l’altra persona è comunque compromesso, interrotto, il perdono pone fine a negatività e rancori, ma non riapre il discorso.
Nel primo caso facciamo pace con la persona; nel secondo, con noi stessi e con Dio.
































Sì, credo sia questa la differenza. buona domenica
Cara Morena, che piacere averti tra le mie pagine!
Il perdono è un argomento che ogni tanto ritorna nei miei scritti, perché io sono una con una memoria da elefante per i torti subiti, sempre disposta a capire e a riabbracciare chi si rende conto di ciò che ha fatto e mi dice “ho capito”, ma sempre armata nei confronti di chi tiene il punto, quel famoso punto dal quale tira fendenti all’indirizzo della sottoscritta.
Questi rapporti, fanno male a entrambe le parti, e ogni tanto vorrei avere la capacità di metterci un punto: io non ce l’ho, ma gli altri, davvero ce l’hanno?
Io vedo persone che “per quieto vivere” vanno avanti come come se niente fosse, ma quel dolore, quel torto, continuano a lavorare dentro, mai estirpati, mai superati, e il giorno che si troveranno invasi da metastasi sarà troppo tardi.
Allora, forse non sbaglio a prendere atto che quel tumore di rancore e incomprensione è sempre lì, che bisogna continuare a combattere per neutralizzarlo, forse lo sbaglio, al contrario, è pretendere che non ci sia, e voltare semplicemente il viso altrove…
Questa è una riflessione che mi viene al momento, strada facendo
:
Dalle tue parole si presuppone che ci sia chi ha torto e chi ha ragione.
Il dialogo tra sordi avviene quando tutti i contendenti vogliono la ragione e nessuno il torto.
In linea di massima sono d’accordo con te ma…
Se provassimo a fare un passo in avanti?
Ovvero non preoccuparci di chi è dalla parte del giusto, perdonarci a vicenda per quello che è stato o che entrambi non abbiamo capito.
Non è anche questa una forma di perdono? Bilaterale.
Dobbiamo per forza scendere nel campo del giudizio ( del giudicare) stabilendo con precisione colpe e atti generosi?
Questa forma di perdono non sarebbe sempre applicabile
( vedi alle ingiustizie sociali palesi, per es. ), ma nei rapporti personali aiuterebbe a superare ostacoli d’incomprensione.
balibarmilledomande
@Bali
Forse non mi sono spiegata: io non intendevo dire “L’altro deve ammettere che ha torto”, intendevo dire “vorrei che capisse le mie ragioni (e io, chiaramente, le sue)”, solo così si può riaprire il dialogo.
Poi, tu mi parli di rapporti interpersonali, in cui è chiaro che ognuno dei due litiganti ritenga di avere ragione, ma io qui parlavo di perdono, e quindi comprensione e “oblio” dell’errore di un altro. Il perdono è sempre perdono nei confronti di un torto subito, di un errore commesso.
Sì, si può andare avanti, ma se non si è capito il meccanismo il problema si ricrea, di questo sono assolutamente convinta (prova provata). Ci sono amanti che fanno pace sotto le lenzuola, comunque per amore, ma la questione su cui non si sono capiti continuerà a essere presente, a dividerli e a logorarli fino a che amore e lenzuola, ammesso che ci siano, non serviranno più, non nutriranno né saranno nutrite.
Io non parlo di giudizio, parlo di comprensione. Generalmente, in un confronto sereno, vengono fuori le ragioni di entrambi, io non sto dicendo che in una discussione tra due persone ci sia il santo e il peccatore, per questo si parla di chiarimento.
Se per esempio ti da fastidio che, mentre mangi, io ti racconti in che condizioni ho trovato i pannolini del bambino, e a te manda di traverso il cibo il solo pensiero, mentre per me è del tutto normale, io non lo capirò mai cos’è che ti ha infastidito, perché ti sei alzato e te ne sei andato. Poi fai un atto di buona volontà, mi “capisci”, torni a tavola e io, tutta contenta di averti a tavola, riprendo il dialogo… fino a che, magari dopo anni, invece di lasciare la tavola lasci direttamente la casa. Secondo me, non è così che funziona.
Io nella mia vita ho avuto grandi liti e grandi riappacificazioni, ma quelle durature sono state solo quelle venute dal chiarimento, dall’essere stati messi in condizioni di vedere con gli occhi delll’altro. Le altre, sono stati fuochi di paglia, fino allo stremo delle forze di entrambe le fazioni.
Chiaro che non ti sto rimproverando di niente.
Tu scrivi, io rifletto e mi pongo delle domande che ti restituisco per capire meglio (in senso generale, non quello che dici).
Quindi perdono e chiarimento sono due cose diverse.
Però il perdono viene solo dopo un chiarimento?
E’ possibile il perdono senza chiarimento (o ammissione della colpa)?
A parte chi risponde con fendenti, che allora non si tratta più di perdonare, ma di guerra.
Ti è mai capitato di farlo, magari perché ti accorgi che la tua coscienza e consapevolezza è un passo avanti alla sua, e il tutto ti sembra stupido? Non solo per quieto vivere.
Ripeto, sono domande generali, le mie, non hanno nomi e cognomi.
Eppoi chiariamoci: se le mie questioni t’infastidiscono, dimmelo che smetto.
Verrò a Canossa
Assolutamente no! Questo è un luogo di riflessione e di confronto e poi tu, lo sai, al momento sei nel settore “Amici, straamici, dippiù, dippiù”, quindi non ti porre problemi.
L’unica cosa è che non posso rispondere adesso a questiti tanto profondi, perché ben più prosaiche lande mi chiamano (le faccende domestiche, quelle no che non perdonano!!! ).
Tornerò a breve su questi schermi, magari ci troverò pure qualche altra riflessione!
A bientot!
Un signore, traballando, si reca dal proprio medico per una visita.
Al termine della seduta il dottore si rivolge molto seriamente al paziente e gli dice: “Guardi, qui non c’è proprio da scherzare. Se lei non smette di bere, morirà in berev tempo”.
Il nostro amico, un po’ spaventato, esce dallo studio ed entra nel primo bar che gli capita.
Chiede del vino, afferra il bicchiere, lo guarda intensamente e sentenzia:
“So che mi ucciderai, ma ti perdono lo stesso”.
Anch’io ho bever-uto.
“breve”, ov cors.
Accidenti, avevo scritto cose meravigliose, e ora è andato tutto perso! (oggi Martin avrebbe perso la cappa per un tasto, e non per un punto!)
Ricominciamo (a mano a mano che scrivo trasmetto, non voglio più rischiare).
Quindi perdono e chiarimento sono due cose diverse. Certo che sì, anche se la seconda può essere propedeutica alla prima.
E’ possibile il perdono senza chiarimento (o ammissione della colpa)? Senza chiarimento no, se non hai capito quello che è successo, che accidente ti perdoni? Invece l’ammissione della colpa non è necessaria, anche perché, spesso e volentieri, la colpa non c’è. C’è un comportamento, per lo più adottato per presunta legittima difesa, che ha ferito l’altro. Una volta chiarito, e compreso, il perdono consiste nel “Ho capito, e quindi posso rimuovere”.
A parte chi risponde con fendenti, che allora non si tratta più di perdonare, ma di guerra. Quando si litiga, quando qualcuno o qualcosa ci ha offeso, si innescano dei meccanismi di difesa, che ci sembrano doverosi, e che a volte sono solo un estremo e maldestro tentativo di farsi capire.
E’ qui che dovrebbe intervenire il buon senso a rompere le catene prima che una quisquilia si trasformi in saga, e si perda il bandolo della matassa, in un’irrisolvibile ricerca dell’origine e la conseguenza, la causa e l’effetto.
Ho risposto alle tue domande?
Aspetta che chiedo al notaio.
Mi hai ispirato una “Riflessione su quello che guadagnano i notai”, ma non posso pubblicarla perché il turpiloquio è bandito da questo blog
sul perdono ci sono vari punti di vista,
per me il perdono non vuol dire resa ma è la decisione cosciente di smettere di nutrire risentimenti, rabbia, e malcontenti, ma è una decisione che matura lentamente dentro e quando ti accorgi che dentro c’è più delusione che rabbia allora vuol dire che hai perdonato.
difficile capire quando si riesce davvero a perdonare. a volte certi segni restano per sempre, anche se si può far finta di non vederli o costruire una rete di ragionamenti per giustificare ciò che è accaduto (il già citato “farsene una ragione”).
Ecco, ho partorito la mia meravigliosa banalità, anche parzialmente fuori tema.
Ciao Aquilotta, intanto ben approdata sul mio blog.
Il perdono certo che non vuol dire resa, tutt’altro, ma mi lascia un po’ perplessa la tua affermazione “decisione cosciente di smettere di nutrire risentimenti, rabbia e malcontenti”: non credo che si possa decidere ciò che si prova. Si può decidere di dare un seguito oggettivo a quei sentimenti o di non darlo, di accantonarli, reprimerli, o ignorarli, ma non credo che si possa decidere di non provavere rabbia, rancore, etc.
@violaceo.
Altro che banalità, secondo me invece hai sottolineato un aspetto che già avevo espresso, ma che mi preme enfatizzare: non è possibile perdonare costruendoci una rete di ragionamenti per giustificare ciò che è accaduto: torniamo al concetto che tentavo di esprimere (non so se ci sono riuscita), e cioè, che su uno vuole essere capito, bisogna pure che si spieghi. Le nostre masturbazioni mentali, per tentare di capire e giustificare l’altro che “potrebbe aver fatto questo perché… ” secondo me non portano a nulla. Non chiariscono, non creano apertura, non leniscono ferite, insomma, non portano a un perdono profondo e vero, senza ombre passate che gettino interrogativi su un rapporto che continua a nutrirsi di disagio (e che, prima o poi, salterà fuori).
Sì, la tua analisi mi piace. Purtroppo non sempre è possibile chiarirsi.
Per tutto il resto c’è il vino.
diceva qualcuno saggio:
vuoi essere felice per un istante? Vendicati
Vuoi essere felice per sempre? Perdona
Diceva uno ancora più saggio: “E’ meglio essere felici o avere ragione?”.
E’ molto bella l’affermazione che ci hai proposto, e molto vera, ma il problema rimane sempre lo stesso: si può perdonare a comando? Si può perdonare perché si è deciso di farlo? Io credo di no. E’ un peccato, perché provare rancore significa essere prigionieri, lasciare andare il passato è libertà.
Allora, non si può decidere di perdonare, ma si può decidere di non accanirsi sulle proprie posizioni, lasciare andare il passato, peccato che non siamo riusciti a farci capire, ma la vita DEVE andare avanti, al bando gli autogol!
in genere non si perdona perchè la rabbia, l’astio, ci impediscono di andare avanti,
non si decide certo per un atto razionale, ma spesso ci rendiamo conto che quella rabbia non ci porta lontano e il perdono rappresenta la strada per fare pace innanzitutto con noi stessi e mettere le “distanze”.
chissà se mi sono spiegata, è un argomento complesso…
il saggio concludeva la frase così:
vuoi guarire dal male che hai dentro? Dimentica
[...] Novembre 2009 di polly5vm Commentando un post nel blog di Diemme (mia musa ispiratrice di questi ultimi tempi, bloggeristicamente parlando e che ringrazio [...]
Il saggio aveva sempre la frase pronta, bricconcello!
Non credo nel perdono bilaterale, la riconciliazione presuppone comunque il perdono, da una parte o dall’altra. Mi spiego meglio.
Se tra due persone c’è qualcosa che non funziona, sia perchè c’è stata un’incomprensione, sia perchè uno ha fatto uno sgarro all’altro, bisogna che uno dei due perdoni l’altro a priori, senza aspettare che l’altro porga la mano. cioè ci deve sempre essere qualcuno che faccia il primo passo, altrimenti si rischia di restare in attesa per l’eternità. Forse è per questo che il perdono Divino ci è stato donato una sola volta e tocca a noi prendercelo. Insomma, se io perdono sempre, al di la di come possa rispondere l’altra persona, sono certo che il mio perdono sarà fruttifero, altrimenti resta un atto fine a se stesso: io ti perdono se tu mi perdoni.
Felice serata a tutti.
Intanto bentornato, Alfonso, ogni tanto ti dilegui!!! (meno male che c’è la famosa proprietà transitiva della nostritudine, etc. etc.
).
Se tu non credi nel perdono bilaterale, credo che dobbiamo metterci d’accordo sui termini (io di perdono bilaterale non ho mai parlato).
Che significa “Perdono”? Significa, “Tu mi hai fatto del male, ma io riesco a dimenticare questo male che mi hai fatto e non avercela con te, a non nutrire sentimenti negativi nei tuoi confronti, a non portarti rancore”.
Ecco, come potrebbe essere bilaterale questo tipo di perdono? Uno ha fatto un torto all’altro, uno lo ha fatto, l’altro lo ha subito: chi l’ha fatto, che cos’è che deve perdonare all’altro?
Caso numero due: uno mi ha fatto un torto, io gliel’ho restituito, possibilmente con gli interessi (qui comincio a ritrovarmici). Il perdono deve essere bilaterale? Dipende da quelle che si vuole.
A me qui una persona ha fatto un torto, grosso, che ha provocato dolore e sofferenze tutt’altro che virtuali. Gliele ho restituite di santa ragione. Poi, come dice Bali, dopo le sciabordate è venuto il momento della riabilitazione. Ho porto la mano, ha fatto finta di prenderla (vile!) e poi l’ha ferocemente morsa. Ora, il perdono da parte sua, evidentemente, non c’è stato. Da parte mia, può solo cadere dall’alto verso il basso, capendo la sua situazione particolare, i suoi disagi emotivi, il mondo di apparenza in cui è completamente immersa. La perdono, e la lascio andare. Il perdono è in questo caso un atto di compassione, non un recupero della stima e della relazione. Dove sarebbe la reciprocità? E poi, cosa dovrebbe perdonarmi, la legittima difesa? La reazione a un’offesa?
Il chiarimento, invece, è un fatto reciproco. E forse, lì, come ho spesso detto, subentra la comprensione, e una volta capito il punto di vista dell’altro non c’è bisogno di perdonare, perché si capisce che non esiste il torto, ma la difesa, la legittima reazione.
Io ho perdonato le persone solo all’insegna della loro pochezza (magari circoscritta a un momento di esaurimento, stanchezza, crisi esistenziale), quando mi sono detta, a mo’ di Nostro Signore: “Poveretto/a, più di tanto non poteva. E’ schiavo della sua situazione. Perdono questa persona, perché non è in grado di capire la portata delle sua azioni”.
Recentemente, un mio amico mi ha posto un altro quesito: una persona duramente colpita dalla vita, ha un qualche diritto di ritorsione nei confronti degli altri? Certo che no, direte voi. E allora, a che punto deve arrivare la comprensione e la disponibilità di questi altri nei confronti di un comportamento ingrato, aggressivo e diffamatorio? Per me la risposta è che la comprensione deve arrivare al di là di ogni limite, la disponibilità no. Ti capisco, ti perdono, e ti lascio andare.
Ti lascio andare. Senza rancore, senza disprezzo, senza il minimo sentimento di ritorsione anzi, con la mia piena benedizione che tu possa risolvere i tuoi problemi: ma ti lascio andare.
Perché io, dei doveri, li ho anche nei confronti di me stessa.
Ti lascio andare….. fosse facile!
Perché per me perdonare è questo, è lasciare andare quella persona, quel ricordo, quel sentimento. Un totale annullamento del “successo”, dell’”accaduto”, per cui, dopo la “pace fatta” io riesco a dimenticare.
Ma mi pare che sia molto più difficile se gli altri, comunque, ti fanno ricordare. Perchè, spesso, nonostante il perdono o comunque la riappacificazione, continuano a tormentarti chiedendo ulteriori spiegazioni a supporto del loro ragionamento.
Hai ragione: bisogna lasciare andare…
Bravissima, perfetta!
Io alla fine mi rabbonisco e il rancore mi passa.
Ma stavolta, ed è la prima, non ne voglio più saperee.
Una persona mi ha detto: vedrai che poi sarà lei a cercarti.
Stia lontana da me: mai incontrato una persona così perfida e cattiva verso gli altri, insensibile a tutto ciò che può provocare.
Ed era così già prima. Ora pensa di avere ogni diritto in una sorta di popolo ai suoi piedi che la deve sorreggere se no è da sotterrare.
Persona di poco valore, che non comprende i propri limiti.
Soffrirà invece perchè altri ne vedranno.
ma alla fine per me rappresenta poco ed ero lì, sotterrando vecchi rancori, per dare una mano.
Mi son preso epiteti a ripetizione in pubblico a mo’ di insegnamento (dice).
Ma va a ramengo!!
C’è tanta gente più interessante in giro e che ha più bisogno.
Soprattutto è più riconoscente o perlomeno rispetta gli altri.
Come ho scritto su facebook: non ti giudico da un momento, salvo che q
salvo che q ?
@Eli: no, non è facile, per me poi dimenticare rasenta il contronatura ma, come ho scritto, abbiamo anche dei doveri nei confronti di noi stessi. Se siamo intossicati, se abbiamo veleno dentro di noi, dobbiamo liberarcene e lasciarlo andare: se non è per bontà cristiana, che sia per amor proprio, va bene pure per sano egoismo, quello minimo indispensabile che serve a vivere.
Io devo vivere: e ti lascio andare. Qualunque cosa tu mi abbia fatto, io ti tolgo il potere di farmi del male: e ti lascio andare.
Proprio ieri ripensavo a una situazione che mi ha fatto soffrire infinitamente, e pensavo che a un certo punto mi sono trovata con le spalle al muro, perché dovevo prendere atto che non avevo nessun diritto. Poi, con maggiore coscienza e serenità, ho preso atto che il non avere nessun diritto comporta anche il non avere nessun dovere. Io ti perdono: e ti lascio andare.
PS: ricordati che oggi è il nostro “primo giorno”: mi raccomando!!!
Caro *****, conosco la situazione, che ho subito anch’io anche se non con la virulenza con cui è ricaduta addosso a te.
Potrei dirne tante in proposito, ma non ti farei del bene, perché sei sofferente e coinvolto, e perché io l’ho lasciata andare, e non riprenderò indietro questo fardello. Non farei del bene a lei, e nessuno le vuole male. Mi ricordo, davanti a certe uscite, che avrei balbettato: “Ma… ma… mi riconosci? Sono io, sono la tua amica, quella che ti è stata vicina, che ha lavorato per te, per aiutarti e confortarti come poteva, coi pochi mezzi che aveva a disposizione, ma ce li ha messi tutti”
Non ho avuto neanche voglia di chiarire, anche perché non giocheremmo ad armi pari. Io la perdono, e la lascio andare.
Fallo anche tu. Possiamo pregare per lei, perché la vita le dia tutto quello che desidera e sia felice. Lontano da noi.
PS: ho oscurato il tuo nome e e qualche altro particolare affinché non fossi troppo facilmente individuabile.
Chi ha più prudenza la usi. (sarai rintracciabile dalla storia, ma solo dai più vicini che, tanto, la conoscono già)
@Eli: scusa, avevo omesso di rispondere a una parte importante del tuo commento, e cioè le terze parti che chiedono spiegazioni. Io, personalmente, le detesto, perché la loro morbosità costringe a rinnovare un dolore che invece si ha bisogno solo di metabolizzare e dimenticare.
Per di più, ogni volta che si racconta qualcosa che ci ha fatto male, è come se questo male ci venisse rifatto, noi raccontiamo e lo viviamo ancora, e ancora, e ancora, e diventa sempre più difficile liberarcene, e il torto stesso diventa più grosso di quello che in realtà non sia, perché la persona, per quanto possa aver sbagliato ed essere colpevole, quel torto ce lo ha fatto una sola volta, e non le cento e mille che noi ce lo autoinfliggiamo.
Io, generalmente, taglio corto, ma non sempre te lo permettono, almeno non senza diventare sgarbati. Come ho già avuto modo di dire mille volte su queste pagine, io detesto chi si mette in mezzo tra due persone, che sia a fin di bene o per morbosa curiosità: dalle interferenze esterne nascono le guerre.
Tra moglie e marito non mettere il dito. Né tra nessun altri, se non sei in grado di farlo, se non è richiesto, se non è accettato, se non è gradito.
Quando io mi lasciai con l’uomo che stavo per sposare (avevo poco più di diciott’anni, e nessuna “scorza” in proposito), mi ricordo che la cosa che mi fece più male furono tutte le spiegazioni richieste dal parentame vario. Tre anni dopo, mi sposavo avvisando il pubblico con appena qualche giorno d’anticipo, credo non più di una quindicina.
… questo post mi ha fatto riflettere molto su una problematica della mia vita che mi trascino dietro praticamente da sempre, e che forse, proprio grazie ad esso, ha acquisito finalmente una luce nuova e risolutiva.
Avete molto parlato del “come e perche’ perdonare”. Io mi sono resa conto che, almeno per me e almeno nella mia personale e particolare situazione, il problema e’ “cosa” perdonare.
Avete ragione quando dite che trascinarsi dietro situazioni incresciose genera solo disagio, rancore, amarezza e quant’altro.
Io mi sono resa conto che non mi sono mai accorta di aver subito un torto. Un torto grande. Un qualcosa che non e’ risolvibile e che mi portero’ dietro per tutta la vita. Allo stato attuale non ha neppure senso parlare di perdono “sic et simpliciter”.
Prima di tutto perche’ ritengo assolutamente valide le considerazioni che avete fatto sulle parole del saggio.
Dimenticare. Non si puo’ fare altro.
In secondo luogo perche’, e a questo punto mi trovo pienamente d’accordo su quello che scrive Diemme, bisogna anche che dall’altra parte ci sia qualcuno in grado di capire il mio punto di vista.
E non solo di capirlo.
Anche di non farne una tragedia se questa comprensione porta con se’ implicitamente la consapevolezza di aver commesso un errore.
Ecco, probabilmente e’ proprio l’incapacita’ di discutere serenamente dei propri errori che rende difficile il gia’ tortuoso cammino del perdono, unilaterale o bilaterale che sia.
Da parte mia sento di aver perdonato, ne sono certa. Devo solo continuare a dimenticare. Questo, ogni tanto, mi pesa.
………….e poi c’è anche il saggio che dice di sedersi sulla riva del fiume e aspettare. Prima o poi il cadavere del nemico passerà!!!
Diciamo che i saggi ne hanno un po’ per tutti sta a noi appropriarcene a seconda del momento!
Il perdono è comunque per me qualcosa di “umanamente” difficile e quindi ha bisogno di un intervento soprannaturale per far si che sia davvero tale e non semplice mettersi a posto la coscienza (che comunque umanamente è già molto) e per chi ha fede può essere una via preferenziale per la felicità del saggio di cui sopra sopra!
Condivido ogni singola parola del post (e non avrei mai saputo dirlo così bene)
@Rosigna: l’essere umano sbaglia. Un conto è sbagliare perché uno se ne infischia degli altri e continua pure testardamente a recidivare, un conto è l’errore minimo fisiologico (“minimo” può essere anche enorme, intendo dire che è minima ma inevitabile la possibilità che una persona in buona fede e che ce la mette tutta possa sbagliare, e l’errore può anche essere catastrofico), lo dobbiamo riconoscere e accettare in noi e negli altri.
Quindi, niente atteggiamenti accusatori nei confronti degli altri né sensi di colpa nei confronti di noi stessi, ma solo un sano atteggiamento riparatorio e la volontà di evitare l’errore.
@Polly: mettersi sulla riva del fiume e aspettare il cadavere del nemico forse non è proprio “perdono”…. Intervento soprannaturale per perdonare? Sì, si chiama illuminazione, una luce che ci faccia vedere nella giusta prospettiva le motivazioni dell’altro (ma può anche essere l’altro ad accendere ’sta lampadina, e a non costringerci a elucurbrazioni che non ci ispirano neanche tanto).
@simple: beh, anche i vostri commenti e le vostre considerazioni sono state un bel motivo di riflessione!
Buona giornata a tutti!
qualche volta si perdona ma non si dimentica e si aspetta: “ti perdono tanto prima o poi la vita ci penserà”, quante volte l’ho sentita questa frase? E’ un perdono certamente finto ma chi lo esprime lo pensa veramente e quindi è davvero come colui che si siede sulla riva del fiume.
Per la parte “divina” del perdono la mia era una vera affermazione, io sono convintissima che il perdono, quello vero intendiamoci, quello senza rancori, quello che viene dall’amore per l’altro incondizionatamente dalle ragione che l’altro può farci vedere, sia solo possibile con l’aiuto di Dio.
Mondo strano quello dei blog, che frequento ben poco.
Preferisco i dialoghi a due, spesso più profondi.
E non conosco come sai in particolare nessuno dei vari frequentatori tranne una persona mia concittadina di cui abbiamo già parlato e che non merita altro che i migliori auguri per la sua futura vita. Lontano da noi…!
Su altri, come sai, mai ho accennato una parola con te perchè non ho nè argomenti nè conoscenze sufficienti.
E invece pure impropperi mi sono giunti da questo lato senza che io abbia mai trattato con te argomenti personali riguardanti terzi come tu puoi testimoniare con nessuna delle mille persone che frequantano le tue pagine e quele affini.
Allora mi chiedo se i blog ed i rapporti che si creano sono talvolta un luogo di sfogo delle proprie frustrazioni o se proprio innervosiscono essi stessi in questa maniera.
Non so, ma per il momento me ne tengo lontano nonostante spesso argomenti interessanti.
Mau
Caro Mauri,
giuro di non aver capito granché di quello che hai scritto: chi sono le terze persone che ti hanno riempito di improperi??? E poi, chi sono le terze persone con cui avresti parlato con me?. E ancora, via blog o come? Sì, a volte il blog viene usato come un pulpito dal quale lanciare anatemi su un prossimo con cui abbiamo dei problemi, poi ci sono pure i giustizieri della rete, ma credimi non riesco a capire questa terza persona chi possa essere.
A questo punto te lo chiederò… magari non qui.
Vorrei, cara Diemme, fare un rilancio su questo post.
Se posso, che magari viene fuori un po’ lungo.
Partiamo da qui, da quelle frasi che si leggono, o sentono, un po’ ovunque, che anche noi pronunciamo:
Siamo gli unici veri compagni nel viaggio della vita
Nasciamo soli e muoriamo soli
Se non conosci te stesso non puoi conoscere gli altri
Se non ami te stesso non puoi amare gli altri
….
Anche per quanto riguarda le sacre scritture, gli esperti ci hanno detto che la reale traduzione era “ama te stesso, come il prossimo tuo” e non “ama il prossimo tuo, come te stesso”.
Insomma, si sarà capito, a me queste frasi non piacciono, perché tutto tende a riportare i discorsi all’Io, non un Io superiore, al semplice e vecchio ego.
Ovvio che dal mio punto di vista tutto ciò ha una spiegazione culturale, sociale, politico-economica.
Quindi potremmo dire: Se non perdoni te stesso non puoi perdonare gli altri.
Fino ad ora abbiamo parlato del perdono concesso ad altri (ma non di quello ricevuto
), vogliamo pensare anche al perdono che riserviamo a noi stessi?
Siamo realmente indulgenti nei nostri confronti?
Qualcuno potrà rispondere sì, qualcun’altro forse anche troppo, e la cosa diventa sospetto di presunzione o megalomania o, al contrario, estrema insicurezza.
Io nella mia vita ho commesso degli errori importanti, a te, a voi, è capitato? Quegli sbagli, intendo, che in realtà hanno portato più danno a me che non ad altri.
Perché spesso altri sono stati il tramite, ma non l’obbiettivo. E queste terze persone non hanno perdonato; qualcuna se non dopo poche ore, dopo pochi giorni era già al bar a ridere, dimentica di tutto, altre trattengono ancora il segno.
Ma quest’ultime ormai non sono più raggiungibili per chiedere scusa, e permane il rimorso, un ricordo bruciante di volti e situazioni. Sarà a vita?
Ma torniamo a Noi, visto che eravamo i reali destinatari dell’offesa. Noi siamo qui, teoricamente impossibilitati a fuggire da un dialogo di comprensione.
E allora parlo con me, mi spiego, mi chiedo perdono per il male che inconsciamente mi sono inflitto.
Epperò, perché non mi basta? Perché dopo non mi sento meglio?
A me capita, anche se non sto tutto il tempo a pensarci ed a fustigarmi. Continuo, tutto sommato, a volermi bene.
Perdonare se stessi realmente non è, allora, così facile. Senz’altro perché bisogna innanzitutto sapersi guardare dentro, con sincerità (un’altra bella favola).
Psicologi e psicoterapeuti di scuola americana consigliano, per prima cosa, di pensare a qualcosa o qualcuno di superiore a noi, a quello che molti chiamano Dio. Ed affidarsi alle sue mani.
Il senso liberatorio sembra sia garantito.
Ma io mi chiudo le porte, mi sembrerebbe ancora una fuga.
Credo nel divino e nel sacro, in un’energia, un’essenza (sono abbastanza taoista in questo), ma non credo in un dio. A chi mi rivolgo allora, più grande di me?
Essere credenti ha questa utilità (mi perdoni chi ha sincera fede, non voglio essere offensivo, è un punto di vista esistenziale diverso il mio), sapere che c’è chi guida, vede e provvede.
Io sono disarmato.
Sono discorsi e domande molto personali, le mie. Non so neanche se è il luogo adatto per porle.
Spero che questo scritto non ti-vi abbia stancato e che non sia etichettato come pura masturbazione cerebrale.
Ah, un’ultima cosa. Perché non è valida l’affermazione: Se non sai odiare te stesso non puoi odiare gli altri?
Di solito ci riusciamo, e benissimo.
Ma, come dicono in tv: “sono contento che sono stato me stesso” (???)
Invoco perdono, vado a lavorare.
Buona giornata a tutti, a Diemme, padrona di casa, in particolare
Bali, volevo fare un post a parte con questa tua testimonianza, veramente meritevole di attenzione, ma purtroppo in questo momento, come sai, sono strangolata.
Confido in momenti più tranquilli, perché l’argomento è vasto assai, e meritevole di riflessione.
Bè, tutto il mio discorso regge sul riconoscimento dei propri errori.
Cosa, anche questa, non agevole per tutti.
Ciao Diemme, buon lavoro.
Mi e’ molto piaciuta la riflessione di balibar. Hai ragione, anche riconoscere i proprio errori non e’ un traguardo agevole per tutti.
Ma io ti dico di piu’. E’ ancora piu’ difficile riconoscere i propri errori e, nello stesso tempo, poterne serenamente ragionare con la persona che magari, quegli errori li ha subiti.
Nel mio commento precedente (forse troppo implicitamente) era considerata anche questa possibilita’. E’ vero che e’ difficile trovare persone disposte ad ammettere di aver sbagliato, ma e’ anche vero che iniziare ad ammettere anche solo con se’ stessi di aver commesso un errore diventa frustrante quando dall’altra parte trovi chi comunque, consapevolmente o no, ti ha condannato senza appelli.
E, secondo me, chi agisce cosi’, cioe’ chi condanna senza concedere appello (o concedendolo soltanto in apparenza) e’ chi sfugge al confronto, pretendendo sempre di agire nel modo giusto.
Come dicevo, in queste occasioni diventa fin troppo frustrante continuare a dirsi di aver commesso un errore, perche’ non si ha la possibilita’ di mettere a frutto questa consapevolezza.
Cosi’ in questi casi e’ meglio dimenticare.
E’ troppo difficile, io mi fermo qui, tanto più che su rete4 è appena iniziato “tempesta damore”.
Caro Bal,
ho dovuto reprimere tutto il giorno la voglia di rispondere a tutti voi, perché il lavoro oramai è sullo schiacciante andante, e all’infuori di quello non mi è consentito nulla che richieda autoanalisi e riflessione. Ma ora sono a casa…
Rimorsi? Beh, sicuramente c’è nella mia vita qualcosa che avrei preferito non fosse accaduto, ma sono cose che risalgono a quando ero piccola, una bugia per coprire un piccolo danno che avevo fatto (avevo infilato una moneta in un meccanismo, inceppandolo), e avevo taciuto sentendo mia madre incolpare il mio fratellino che all’epoca avrà avuto sì e no che due anni (ma io sarei stata punita, lui no), una rispostaccia a mia nonna che l’aveva fatta piangere (non avete idea che rimorso!), e poi il rapporto conflittuale con mio padre…
Più avanti, ho sempre cercato di comportarmi correttamente, secondo una morale sempre rigida. Una volta sola feci soffrire un’amica sparendo ma… mi sono resa conto che ero molto presa da suo marito, col quale lei peraltro non andava affatto d’accordo e, sorretta dai miei principi, ho voluto tirarmene fuori prima di ogni e qualsiasi cosa. Lei, si sarà sentita tradita ma io, le mie amiche, voglio poterle guardare in faccia, idem con me stessa.
No, ho fatto degli errori, ma se qualcuno ha sofferto lungo il percorso non è mai stato qualcosa che ho voluto provocare, e comunque mai qualcosa che non abbia cercato di riparare, anche laddove non credevo di avere tutti i torti.
Insomma, non posso dire di convivere con grossi sensi di colpa.
Non mi perdono però molti errori che ho fatto (moooooltiiii!!!), e questo certe volte mi brucia. Certe volte, non sempre.
Avrei potuto dare alla mia vita un indirizzo diverso, vivere forse un po’ più comodamente. Forse, avrei dovuto essere più indulgente, e non arroccarmi sempre nelle mie posizioni: non ho mai permesso alle persone (in passato) di tornare sui proprio passi, e questo mi dispiace. Non ho consentito agli altri di sbagliare, ho fatto loro pagare un conto eterno. Questo mi dispiace.
Ora sono più indulgente, ma forse meno disposta a dare. Prima, erano sempre grandi sentimenti traditi: oggi, i piccoli sentimenti, è meno facile tradirli.
Io penso che sarei vissuta meglio non prendendo tutto di punta, ma pure questa è una cosa che bisogna imparare. Comunque, siccome chi ha pagato tutti i conti sono sempre stata io, non si pone troppo il problema di perdonarsi o meno.
A volte però, mi sono pentita di aver fatto del bene, ma questa è un’altra storia…
@Rosigna.
“E’ ancora piu’ difficile riconoscere i propri errori e, nello stesso tempo, poterne serenamente ragionare con la persona che magari, quegli errori li ha subiti.”: questa tua frase mi ha acceso una lampadina, e sì, mi sono ricordata di una volta che mi comportai veramente male. Lei era una persona con dei problemi, con la quale fui costretta a convivere: ecco, di questa convivenza non c’era nessuna necessità, per cui io chiesi a chi l’aveva decisa di modificare l’assetto.
Peccato che chi doveva decidere non fosse all’altezza della situazione, e così mi imposero questa convivenza, cui io mi ribellai con tutte le mie forze. Ribellarsi volle dire scansare ed evitare questa persona quanto più potessi, anche se era difficile riuscirci. E siccome era difficile, evitarla era diventato una specie di gioco, e non mi rendevo conto che fosse un gioco crudele.
Poi, all’improvviso, me ne resi conto.
All’epoca, già non la frequentavo più, e non potetti fare ammenda. La vita mi diede una serie di bastonate, in cui mi ritrovai a essere io in posizione di maggiore debolezza. Accettai tutto come giusto, che mi fosse di lezione. Poi, il peggio passò.
Anni dopo, la rincontrai. Le dissi che avevo bisogno di parlarle, andammo in un bar, ed esordii dicendo: “Ti devo chiedere scusa”.
E lei, strabuzzando gli occhi, poiché erano almeno tre anni che non ci vedevamo, mi chiese “E di che?”
“Quando eravamo in quella situazione, io feci di tutto per glissarti, non pensando ciò che questo poteva significare per te, e come potessi esserne ferita”.
Lei, con un sorriso improvvisamente sereno, mi disse: “Io non ricordo niente”.
Io sì. Però, credo che un briciolo di serenità gliel’ho restituita.
@Violaceo: e che su questo blog abbiamo bisogno di rete quattro per vedere tempeste d’amore?
Cara amica mia,
torno ora su questo tuo scritto dopo aver riflettuto a lungo dalla prima volta in cui l’ho letto.
Come sai, amo scrivere di getto. Le mie impressioni a caldo. Credo nello stile, ma ancora di più nell’immediatezza dei miei pensieri. In questo caso però troppe erano le sensazioni coinvolte.
Nella mia vita ho seguito sempre la strada del cuore e del sorriso, (note a tutti voi, visto che ne parlo in ogni dove), ma anche quella dello specchio che è il tema del mio prossimo post. A volte è successo che la mia franchezza abbia offeso e che il mio essere semplicemente me stessa non sia stato capito fino in fondo. Non ho mai fatto male intenzionalmente. E’ successo che il mio comportamento, se pur in buona fede, abbia offeso e io ho chiesto scusa per questo. Ricordo due casi ecclatanti: la mia ex migliore amica che mi ha tolto il saluto solo perchè avevo detto che è bene pensare con la propria testa perchè il cervello ci è stato donato proprio per questo (e non quello di sua madre o il mio) senza rendersi conto che se non fosse stato per me sarebbe ancora al primo esame. Il secondo è lo sbirro che si è sentito offeso dal mio parlare delle sue cose private nel mio blog, trattandomi come la peggiore delle criminali e non accettando il mio: ti chiedo perdono (omonimo post).
Tutte le persone che mi hanno fatto male, anche se non voglio credere per il piacere di farmelo, non si sono nemmeno mai nemmeno sognate di chiedermi scusa o perdono.
Quando il dolore è stato metabolizzato si può anche perdonare.
Un abbraccio sincero stella amica
Mah… io sono una che perdona raramente…
Come ti capisco (t’avessi risposto nell’altro post, mi toccava dirti “Home ti hapisco!”
Io non ho digerito, né perdonato, uno sgarbo del mio giornalaio.
Mi son detto “da lui mai più”, e non c’ho mai più messo piede.
Però non medito di dargli fuoco all’edicola.
Però lo sgarbo ce lo devi raccontare… per arrivare a tanto!
Io pure ho una persona che non ho mai perdonato, ed è una mia collega (nota per i vecchi lettori: sì, quella! )
Ero arrivata in un nuovo ufficio, e mi dissero di impadronirmi in fretta del suo know-how perché intendevano mandarla via (per motivi aziendali, lei era tutt’altro che lavativo, e aveva già passato grossi problemi precedentemente in un’azienda che aveva fallito).
Beh, confesso… feci bellamente finta di non essere in grado di sostituirla per tutelare il suo posto di lavoro. Quando fu confermata, divenne la mia nemica numero uno, facendomi e facendo fare dove possibile anche agli altri di tutto di più.
Non riuscì nel suo piano, ma certo menò forte: io non darei fuoco all’edicola, lo darei a lei.
Che bello quando gli amici ti scarpano…o forse dovevo scriverlo nell’angolo delle chiacchiere o per e-mail? Ma no, qui va bene, suvvia perdoniamo perdoniamo
Ehi, con chi ce l’hai? Io innocente sono!!!!
Ultimamente sto scarpando solo il mio blog, causa necessità di guadagnarmi il pane
Con te, con te,….
Io scrivo e il commento sembra traparente, e poi arriva Balibarino e si, a lui rispondi subito.
Lo capisco anch’io che Balibarino è Balibarino e io solo una povera stella solitaria…
Ma io sono felice lo stesso anche se la mia amica Diemme mi scarpa…sarà il destino della mia vita…Diemmuccia, il grande blogger, e chi ancora???
un abbraccio di stelle e di sole
Ma vi siete messi d’accordo? Ha fatto come te…
Mi ritiro a cielo privato….
Ti ho risposto da Artù, se riesco a telefonarti oggi dose extra di coccole: il nostro cielo prediletto deve essere azzurro e terso…
@Stella: però, nota pure che in questi giorni non sono stata neanche sul mio di blog, ma un saltino da te l’ho sempre fatto!!! Eh, eh…
***come il grande blogger, xò appena va via il mio cliente ti scrivo con calma mi ha scritto***e come dicevo da lui vado sul sito di soloindue e altra gelosia***oggi proprio non va***
Ma sono cieca? Io sono andata da solindue e non ho visto niente! (Ma per queste cose, my darling, indovina che c’è? L’angolo delle chiacchiere!)
(@Solindue: estendo l’invito anche a te, abbiamo il nostro angolo per gli off topic e le comunicazioni di servizio. Il link lo trovi sempre aggiornato al lato, sotto la voce In questo blog/L’angolo delle chiacchiere)