Era mio padre – VI e ultima parte
I rapporti non si ristabilirono mai. La mia convivenza con quei ricordi continuava a farmi male, e il dolore rendeva pesante ogni mio pensiero, ogni mio respiro e ogni mia azione.
Mille volte, quando tutto è finito, mi sono rimproverata “Non sono stata felice quando ne avrei avuto la possibilità perché ero troppo occupata a soffrire. Non ho costruito quando mi sarebbe stato possibile perché ero troppo impegnata a piangere”.
In realtà non volevo indulgere nel dolore, avevo solo bisogno che venisse compreso: ma questo, come è nell’ordine delle cose, non fu mai.
Mi sono portata appresso il passato come una tartaruga la sua corazza, e la mia rabbia e il mio rancore uscivano fuori in ogni circostanza, anche quella più apparentemente innocua.
A un certo punto scoppiò l’ennesima bomba, e non ci parlammo definitivamente più.
Passarono tre anni e io ero incinta di mia figlia, quando gli diagnosticarono una malattia allo stadio terminale e gli diedero due mesi di vita. Nessuno ebbe il cuore di venire da me a comunicarmelo però, pur senza dirmi la gravità del suo stato, insistevano perché lo andassi a trovare; io da parte mia insistevo che non è di fronte alla malattia che si cambia opinione di una persona. Arrivai persino a dire a mia sorella, che lo assisteva: “Almeno tu ce l’hai un padre da assistere”.
Partorii sola (erano tutti al capezzale di mio padre) e poi… non mi ricordo neanche come fu, presi in braccio mia figlia e andai in ospedale a trovarlo.
Quando mi vide scoppiò a piangere e disse: “Allora sto morendo!”
“Papà, ma che stai dicendo, non è mica la prima volta che ti vengo a trovare in ospedale” farfugliai riferendomi a suoi precedenti ricoveri.
Allora si voltò su un fianco, raggomitolato su se stesso, in posizione praticamente fetale, piccolo come non l’avevo mai visto, fragile come mai avevo pensato potesse essere e, iniziando sommessamente a piangere, mormorò: “Ma credi che non l’abbia capito che il mio viaggio è finito?”.
Tutt’a un tratto il pianto si trasformò in un lamento strozzato, e lui si ripiegò ancora più su se stesso, senza dire più nulla.
Fu l’ultima volta che lo vidi: ma alla sua morte la corazza che mi trascinavo da sempre scomparve d’improvviso nel nulla.
E solo allora realizzai quanto e come l’avevo sempre amato.
*** Fine ***
































“E se non piangi, di che pianger suoli?”
…
“Meglio un attimo di meraviglioso ad una vita fatta di niente”
(dal film :fiori d’acciaio)
ti voglio bene
ho letto tutto, senza commentare. Non so se la scelta delle puntate sia giusta. Forse sì, poiché sul web si legge in fretta ma credo che questi post meriterebbero una pagina a sè, se non di più.
Caro Pan, anch’io ero dell’idea, magari adesso a posteriori, di riunire tutto in un unico post o, come mi consigliava Anto, in un’unica pagina: ma poi ho pensato che no, voglio che scorra via così, il mio sentimento è come se, trovandomi tra amici, avessi “sputato il rospo”, e chi c’era c’era, chi non c’era non c’era. Questa mia testimonianza scorrerà via, inghiottita da altri post: e poi, non credi che sia “troppo” per chi legge vedere la storia tutta insieme… o forse no, forse acquisterebbe addirittura più senso.
Non saprei che dirti Pan. Vorrei scrivere ancora qualcosa su quella che è stata l’eredità morale che mi ha lasciato mio padre, un patrimonio, e una responsabilità, veramente grandi.
*** Ma ora devo riprendere un po’ fiato… ***
La tua storia dimostra che l’elaborazione passa sempre attraverso l’amore; stavo per dire il perdono, ma poi ho pensato che il perdono presuppone due piani diversi. No, solo l’amore permette di proseguire serenamente il proprio cammino.
L’elaborazione passa attraverso la comprensione, e l’amore è quello che ci dà la volontà di comprendere.
Carissima sorella, (sì, sorella) già raccontare una vita è difficile, raccontarne due, ancora peggio, raccontarne l’intrecciarsi e lo sciogliersi, e di nuovo l’intrecciarsi, di due, e se una è la tua, e se una è quella di qualcuno che ha suscitato sentimenti tanto forti, è difficile, difficile.
Sinceramente, difficile anche per me leggere, e bene hai fatto a darcela a piccoli sorsi, perchè potessimo accetttare il sorso successivo, e ancora, e ancora.
Di questa parte finale avevi già scritto, mi pare, ed è un epilogo più doloroso della morte, ma così è, e la propria vita nessuno la puo’ mutare, dopo che è trascorsa.
Meglio farci pace, meglio riaccoglierla in sè stessi. Meglio raccoglierne i frutti, adesso, sì, forse è tempo.
Un abbraccio grande, forte, e tutto il mio affetto a te.
Anch’io penso di aver fatto bene a dirla a piccoli sorsi, anche perché è a piccoli sorsi che l’ho scritta: è venuta fuori per caso, a partire da considerazioni su novembre, realizzando pian piano che a novembre era sempre successo qualcosa di importante nella mia vita… e poi si è scritta da sola.
cosa dire?Nulla.
In questo momento vorrei abbracciarti per farti sentire quanto ti sono vicina.
Ho seguito e letto in silenzio tutto questo post diviso in parti con il cuore (il mio) anch’esso diviso in due: una parte era rivolta a voler lasciare una parola, l’altra a trattenerla solo nei miei pensieri. Una forma di “rispetto” forse estremo che ho conservato sino ad oggi, sino a leggere questo epilogo.
E’ così intimo e privato ciò che hai raccontato che di certo non dev’esser stato facile scriverne, si sente…ma, credimi, lo è altrettanto (difficile) da leggere e commentare.
Poi leggo che in qualche modo scriverne “a piccoli sorsi” ti ha fatto bene e lo capisco. E’ forse un modo per portare fuori da noi qualcosa che ci è dentro, così dentro da aver bisogno di guardarlo anche un po’ da fuori, da un’altra angolazione, un’altra prospettiva, da un’altra distanza.
Una prospettiva che non credo tu abbia conquistato scrivendo questo post, ma che era già dentro di te, maturata nel tempo, negli eventi che hai raccontato, nel cammino spesso doloroso che alcuni sono chiamati a vivere e che tu hai affrontato.
Sono d’accordo con Pan, credo che questo post meriterebbe uno spazio a sè. In America c’è l’usanza ormai consolidata di tenere il Big Book. Il Grande Libro, quello che racconta la storia della famiglia. Ed il tuo l’hai già iniziato a scrivere…grazie per avercene regalato alcuni sorsi.
Ringrazio voi tutti per essermi stati vicini nello sviluppo di questi ricordi, che hanno ripreso vita a mano a mano che li scrivevo, e mi fa piacere se sono riuscita non tanto a comunicarvi, ma a donarvi qualcosa, magari una chiave di lettura della vostra vita, diversa dalla mia ma magari uguale in qualche rapporto conflittuale, amore inespresso o q.a.
Vorrei dare una risposta a parte ad Elle, relativamente alla distanza (ne abbiamo tanto parlato… ) : forse non ho guardato questa storia diversamente da come l’ho sempre vista, ho sempre capito certi meccanismi e certe dinamiche, anche se questo non significa che fossi disposta a conviverci, come in effetti non ero.
L’amore di mio padre per noi è sempre stato fuori di ogni dubbio, lui era quello capace di saltare i pasti per comprarci un giocattolo, di sopportare l’insopportabile per non farci mancare niente, e se ci siamo sentiti male di notte, è lui che si è alzato, non certo mia madre. Anche le sue difficoltà erano fuori di dubbio, papà non ha mai né bevuto, né giocato, né fatto uso di sostanze strane… è stato solo messo a dura prova dalla vita in un contesto che, lungi dallo sdrammatizzare, continuava a mettere benzina sul fuoco.
Penso di aver passato anch’io una fase così e allora, più che aver preso le distanze, forse ho preso le “vicinanze”…
*** ma questa è un’altra storia… ***
difficile scrivere. il rispetto per il dolore e per una persona che non c’e’ piu’ impongono il silenzio, anche come forma di sostegno a chi si esprime. in questo silenzio ti sono comunque vicina.
ti sto conoscendo un po’ di piu’ e attraverso te vedo tuo padre.
a volte pensi di conoscere un’amica e scopri che di lei ignori le cose piu’ importanti. che trapelano a volte in alcuni episodi, ma , con superficialita’ ( senza dare un significato negativo a questa parola ) si torna a pensare ad altro e a vivere l’amicizia con maggiore spensieratezza.
lo scoiattolo che non imparava a scuola di Alba Marcoli :
“Come questa pietra è il mio pianto che non si vede.” G. Ungaretti, “Sono una creatura”.
Ma una volta anche in quel bosco capitò una cosa strana.
Nel gruppo dei cuccioli c’era uno scoiattolo che si chiamava Blacky e che non voleva crescere.
Tutti i suoi compagni avevano già poco a poco abbandonato la Scuola dello Spiazzo delle Sette Querce e lui era ancora lì, con tanti altri cuccioli nati una stagione dopo di lui che lo guardavano in una maniera un po’ strana.
Ma era come se Blacky non riuscisse a imparare le storie che i vecchi raccontavano perché quando loro parlavano, anche se lui si sforzava tanto, la sua testa non riusciva a seguirli e le parole gli danzavano davanti per l’aria come senza significato.
La verità è che il cucciolo combatteva una battaglia disperata, che perdeva sempre, contro la sua testa. Più lui voleva che lei stesse lì, alla Scuola dello Spiazzo dove si imparava a crescere, più invece lei se ne andava a spasso per conto suo. E il posto dove la testa del piccolo scoiattolo tornava sempre era la sua tana, dove c’era la sua mamma che da qualche tempo aveva una strana malattia; non le faceva male niente, non si era rotta nessuna parte del corpo e c’era da mangiare abbastanza in casa, ma lei era sempre triste e continuava a piangere.
E così lo scoiattolo aveva un gran daffare a combattere con la sua testa, ma lei vinceva sempre e tornava a casa anche quando lui era alla scuola del bosco.
E allora Blacky si sentiva lui il cucciolo più infelice del bosco e di tutti i boschi della terra messi insieme e pensava che la sua mamma potesse morire quando lui era fuori tana, e che se questo fosse successo certamente la colpa sarebbe stata sua per tutte le volte in cui lui era stato cattivo con lei.
E così, a poco a poco, maturò nella sua mente un’idea e decise di partire per andare a cercare Gufo Millenario.
Si diceva che fosse un vecchio saggio che si poteva incontrare nel cuore del bosco se ci si avventurava da soli, durante la notte. Lui forse poteva aiutarlo a trovare il modo per accedere al Libro delle storie, dove era racchiuso il segreto per aiutare ciascuno.
Aspettò che ci fosse una notte di luna perché il buio gli faceva molta paura, poi, piano piano, senza farsi sentire da mamma e papà, se ne uscì dalla tana e cominciò a vagare.
Gli sembrò di andare per un mondo nuovo che lui non conosceva e anche le cose che gli erano più familiari durante il giorno ora gli sembravano diverse e nemiche.
Ma lo scoiattolino si ricordò che anche il suo papà gli aveva raccontato di aver avuto molta paura le prime volte che era andato a caccia da solo, mentre adesso era diventato forte e coraggioso e allora la volontà che sentì dentro di sé divenne così forte che vinse anche la paura e il batticuore.
E così, a poco a poco, il cucciolo si ritrovò in un punto lontanissimo del bosco, dove nessuno andava mai e dove bisognava aprirsi un varco per entrare: lui se lo aprì ed entrò.
All’improvviso vide una figura in mezzo al nero di un albero e il cuore gli cominciò a battere tanto forte che si dovette mettere una zampina sul petto per calmarlo.
E allora sentì un saluto che arrivava da tutto quel buio, guardò meglio e si accorse che era un vecchio gufo sorridente che lo guardava incuriosito.
«Chi sei?» chiese Blacky con un filo di voce che sembrava quella di un altro cucciolo e che provenisse da un altro corpo, non più dal suo.
«Sono Gufo Millenario» rispose lui. «E tu come ti chiami?» «Blacky, Scoiattolino Blacky, mi chiamano tutti così.» «E che cosa cerchi nel bosco di notte, Blacky?» E quando il vecchio gufo ebbe saputo la sua storia gli disse: «Allora vieni con me», e lo condusse dentro al cavo di un tronco millenario e il cucciolo si accorse che era tutto tappezzato di libri grossi e importanti, alcuni già scritti, altri ancora da scrivere.
«Vedi, Blacky, questo è l’archivio di tutte le vite del bosco; ci sono le storie degli animali e delle piante che sono vissuti qui e ci sono i libri in parte scritti e in parte ancora da scrivere di quelli che vivono adesso e che ci vivranno in futuro. È qui che troveremo anche la tua.».
E così Gufo Millenario si mise un paio d’occhiali, cercò un volume dopo l’altro e finalmente ne trovò uno sul ripiano più alto, tutto splendente perché non era stato ancora aperto; lo tiro giù e lo aprì alla pagina giusta.
«Ecco, Blacky, questa è la tua storia: adesso te la leggo.» E così poco a poco cominciò a leggere la sua storia e il cucciolo era sempre più meravigliato perché in quel libro era scritta tutta la sua vita, e c’erano anche tutte le sue paure, del buio, della notte, che morisse la mamma e così di seguito.
Doveva proprio essere un libro magico per conoscere tutte queste cose, anche quelle di cui lui si vergognava un po’.
E intanto il vecchio saggio continuava a leggere e a sfogliare le pagine, e quando arrivò alla storia dello scoiattolo che cercava di incontrarlo nel bosco di notte, ecco che dalle pagine del libro si staccò qualcosa.
Gufo Millenario la prese, la guardò e gliela passò.
Era una piccolissima busta su cui c’era scritto: «Dono per Blacky». Ma nella busta non c’era assolutamente niente e il cucciolo ne fu così deluso che senza che lui se ne accorgesse una grossa lacrima cominciò a scendergli lungo le guance, gli bagnò tutto il pelo, poi cadde sul pavimento fatto di terra e di radici dell’albero, come se fosse stata una grossa goccia di pioggia, ed ecco che in quel momento avvenne una cosa straordinaria.
Appena la lacrima arrivò sul pavimento, si trasformò immediatamente in una bolla che cominciò a danzare e a salire per l’aria tutta colorata, fece il giro dell’intero archivio del bosco volteggiando su e giù, dentro e fuori dei vecchi libri, e poi con un guizzo finale si infilò nella busta di Blacky e sparì.
Il cucciolo ebbe un bel cercare, ma della lacrima-bolla d’aria non restava più traccia, c’era solo la busta apparentemente vuota ma un po’ più pesante di prima. A questo punto il nostro scoiattolo era sempre più perplesso e gli sembrava proprio di non capirci più niente. Che razza di dono era se lo faceva piangere e poi gli rubava persino la sua lacrima? Ma fu la voce del vecchio gufo che lo risvegliò dalle sue meditazioni.
«Da quanto tempo non piangevi, piccolo?» E lui si rese conto che era proprio tanto tempo che non piangeva più, forse da quando era iniziata la battaglia contro la sua testa, anzi sicuramente da allora, perché le lacrime gli si gelavano prima di salire agli occhi e restavano dentro congelate come tante piccole stelle di ghiaccio.
«Vedi, Blacky, è questo il dono del libro: ti ha restituito le lacrime, hai imparato di nuovo a piangere.
Vedrai che adesso imparerai anche le storie del bosco» e il vecchio gufo lo prese per le zampette, lo fece sedere e gli spiegò che forse lui non poteva imparare alla Scuola del Bosco, perché imparare voleva dire crescere, e lui pensava che se fosse cresciuto la sua mamma sarebbe morta per sempre perché non avrebbe più avuto un cucciolo piccolo che aveva bisogno di lei e si sarebbe sentita inutile e senza scopo nella vita.
E così Blacky capì perché era iniziata la battaglia fra lui e la sua testa, e anche questo era tutto scritto sul libro.
E quando Gufo Millenario ebbe finito di parlare, lo scoiattolino aveva imparato tutta la sua storia, anche quella che prima non conosceva, e sentiva che le piccole stelle di ghiaccio che aveva dentro si stavano scongelando tutte e cominciavano a salirgli agli occhi e a cadere, poi si trasformavano in bolle, volteggiavano in aria e andavano a finire nella busta vuota, un pochino più pesante.
E quando la danza e il volteggio furono finiti, il gufo gli disse: «Ecco, adesso sei pronto a tornare allo spiazzo per crescere e imparare le storie come tutti gli altri cuccioli».
Blacky cominciava a stare così bene, ma così bene, come da tanto tempo non gli succedeva più.
Si mise la busta vuota sul cuore e ringraziò il vecchio saggio.
L’avrebbe valuto baciare e abbracciare, ma era un po’ intimidito dalla sua serietà e dal suo aspetto burbero. Gufo Millenario allora prese il libro, lo chiuse e lo mise al suo posto sullo scaffale.
«Ma qui ci sono le storie di tutti?» chiese il cucciolo.
«Certo, proprio di tutti.» «Allora posso vedere la storia della mia mamma, così magari trovo il dono anche per lei?» Ma questa volta il vecchio saggio fu molto drastico.
«No, Blacky, nessuno può venire qui a cercare la storia di un altro, ognuno deve venire a cercare la propria, anche se poi la vita di ognuno è legata a quella degli altri e tutti i libri messi insieme formano la storia del bosco.
Io so solo che la storia della tua mamma non è scritta sul tuo libro perché tu sei un’altra persona.
Se la tua mamma vuole sapere la sua storia, può venire anche lei qui a cercare di notte nel bosco e si deve aprire un varco per arrivare all’albero di tutte le storie.
Allora sì che anche lei potrà conoscere la propria e ricevere il suo dono. Tu, se vuoi, glielo puoi dire. Questo è quello che puoi fare per lei.» E il vecchio lo accompagnò fuori del tronco, poi sparì nel nero dell’albero da cui era venuto, con un fruscio di foglie.
Lo scoiattolino si ritrovò solo nel bosco, ma stavolta aveva meno paura; c’era la sua busta sul cuore che gli faceva compagnia ed era molto rassicurato dall’idea che nell’archivio del tronco millenario ci fosse un libro con tutta la sua storia, su cui si stava scrivendo in quel momento anche quella di questo suo viaggio di notte verso casa.
Quando finalmente il cucciolo arrivò alla sua tana, la luce stava sorgendo sul bosco, i rumori si stavano risvegliando e papà e mamma lo stavano cercando molto preoccupati.
Blacky raccontò la storia del suo viaggio e la sua mamma capì quello che non le era chiaro prima, e decise di andare anche lei a compiere il suo viaggio ed ebbe anche lei il suo dono che la fece tornare allegra e contenta come lui se la ricordava da piccolo.
Da quel giorno ogni volta che i due gruppi si riunirono alla Scuola dello Spiazzo il cucciolo si accorse che non doveva più combattere contro la sua testa, perché lei era lì con lui a imparare le storie del bosco.
Fu così che a poco a poco anche lui imparò tutte le storie dei vecchi e ben presto venne il giorno in cui anche per lui si celebrò la festa dell’abbandono del gruppo dei cuccioli e così Blacky, che era ormai diventato grande, passò al gruppo degli adulti per imparare tutte le cose che un adulto sa fare, anche quella di mettere al mondo dei cuccioli e di insegnargli a crescere senza aver paura.
Cara Anto, è proprio vero che nulla capita per caso. Da un paio di giorni mi avevi detto che avresti scritto questa storia, ma poi non sei mai riuscita a ritagliarti il tempo necessario per trascriverla.
Ho pubblicato un altro post, e non ci pensavo più: oggi sono arrabbiata con una persona, per la sua incapacità di scegliere, e la tua fiaba mi ha d’improvviso riportato alla mente ciò che ho sempre “sentito” di questa persona. Io sento in fondo a lei un dolore enorme, che non riesce a sputare: è una persona che ogni volta che sente parlare di dolore si inalbera, in maniera decisamente abnorme, vistosamente eccessiva. In questo io ne ho visto sempre una negazione di cui aveva bisogno, per non soffrire più di quanto potesse sostenere.
Mi ricordo, a proposito di fenomeni paranormali, che un mio amico, incredulo per principio, mi raccontò un suo incontro, da bambino, con un viaggiatore dello spazio: mi disse “io DEVO non credere a niente, altrimenti impazzisco”.
Ecco, questa persona mi ricorda quel mio amico, che negava il paranormale perché l’aveva conosciuto in maniera troppo diretta e inaccettabile. Forse per lei il dolore è questo. Forse c’è stata all’epoca, nel suo animo, la decisione di negarlo per sopravvivere.
Io lo sento questo “mostro” che ha nel cuore, l’ho sempre sentito, dal suo primo inalberarsi contro il dolore: è per questa negazione, per questo blocco, che non sono mai riuscita ad amarla fino in fondo (in senso lato… ).
Ecco, anch’io, se potessi, le farei il dono delle lagrime: vorrei che piangesse, finalmente, l’accoglierei dentro di me, vorrei che rendesse “noi” pesanti con le sue lagrime, perché tanto, Kundera insegna, la leggerezza dell’essere è insostenibile.
NB: il genere femminile è dovuto al fatto che mi riferisco a “persona”. Non ho voluto specificare perché è un discorso di tipo universale quello che sto facendo.
Ciò premesso Anto, mi hai detto che era una frase in particolare che ti ha ispirato il racconto di questa fiaba, ma non ricordo quale: vuoi rammentarmela?
Mille volte, quando tutto è finito, mi sono rimproverata “Non sono stata felice quando ne avrei avuto la possibilità perché ero troppo occupata a soffrire. Non ho costruito quando mi sarebbe stato possibile perché ero troppo impegnata a piangere”.
Vuoi dire che capita a molti? Ho paura di sì…
Ho letto tutta la storia, partendo dal link che mi hai suggerito; sembra la sceneggiatura di un film, e invece è una storia vera.
Forse perché sono partito dal collegamento con l’ebraismo, ma mi è difficile pensare che tutto quello che sia successo dopo non sia stato almeno in parte influenzato dalla tragedia dell’olocausto e dalle esperienze di guerra in Israele; l’essere umano è fragile, e esperienze come quelle lasciano un segno indelebile.
E anche se non fosse fragile, esperienze del genere segnerebbero anche le rocce. Certo che è stato influenzato: sono fantasmi che uno si porta dentro, dolore, mancanza di armonia col resto del mondo. Aveva ragione Wiesenthal quando diceva che tutti gli ebrei sono dei sopravvissuti ai campi di sterminio, anche quelli delle generazioni successive alla guerra.
Ne dovrà passare del tempo prima che quell’esperienza sia diluita nell’animo e nella memoria, e le catene possano essere finalmente spezzate.