Beh, diciamo che questo post è solo per chi il film l’ha visto.
Ho amato questo film? Non saprei dirvelo, so solo che l’ho visto e rivisto, e di spunti di meditazione me ne ha dati tanti.
La determinazione della madre di Forrest nel metterlo in grado di vivere sia pure con semplicità ma a testa alta, quando va in giro tenendolo per mano, e camminando gli racconta la vita, mi ricorda esattamente me e mia figlia piccola: la tenevo per mano, e camminando le raccontavo e le spiegavo, le spiegavo e le trasmettevo messaggi di determinazione, di coraggio, di fiducia.
La sua amica sbandata, ma che con lui riesce sempre a essere migliore, e lui con lei, tutti i suoi amici mai abbandonati, e Gary Sinise… Forrest gli salva la vita, una vita che lui non voleva vivere dopo aver perduto entrambe le gambe, vedendosi ridotto in quelle condizioni da prode militare qual era. Ma Forrest lo aiuta a far pace con Dio, e a ricostruirsi una vita, ovviamente degna d’essere vissuta.
Lo stesso Gary Sinise che intravediamo ne “Il miglio verde” come avvocato d’ufficio del protagonista, quel Gary Sinise che abbiamo visto in Apollo 13 nella veste del pilota che, rimasto a terra perché a rischio di malattia infettiva, sarà quello in grado di portare gli astronauti a casa.
Che mi ha lasciato Forrest Gump? Forse ha rafforzato solo la mia convinzione che vivere con onestà non è poi così terribile.





























