Ci sono persone che “giocano” a vedere fino a che punto possono arrivare: è il classico “tirare la corda” per vedere quand’è che si spezza.
E quando l’hai visto? Quando l’hai visto ormai la corda si è rotta, ed è troppo tardi per capire che ti serviva sana, che ti piaceva, che ti era più utile…
Mi ricordo un tizio che, a fronte di un comportamento sessuale assolutamente promiscuo e rigorosamente “sprotetto” mi diceva, con tono assolutamente convinto: “Io ogni sei mesi mi faccio tutte le analisi”. E allora? Il momento in cui ti accorgi che c’è qualcosa che non va che fai? Puoi solo prendere atto.
Un amico, in tutt’altro contesto, pure tirò troppo la corda, si comportava scorrettamente ogni volta un po’ di più, fino a che… fino a che si è beccato un “vaffa” a caratteri cubitali, senza possibilità di ritorno.
A volte succede anche il contrario, si pecca di troppa riservatezza e ritrosia: questo significa non darsi all’altro, negarsi, e negare il nutrimento all’animo dell’altro.
Mi ricorda la storia del contadino che stava insegnando all’asino a vivere senza mangiare: ogni giorno diminuiva la razione di biada, finché un giorno l’asino muore e il contadino si rammarica “Proprio adesso che gli avevo insegnato a vivere senza mangiare!”.
Ecco, quando tirate la corda pensateci prima se a quella corda ci tenete o no.
*** Perché una volta spezzata, è spezzata, e indietro non si torna più ***































Il mio solito spirito critico (critico verso gli altri, beninteso, che verso di me sono molto tollerante) mi porta a….
Tirare la corda: come se la corda fosse la cosa importante.
La corda è un legame, un tramite, una congiunzione.
E’ importante non la corda, ma ciò che ad essa è legato.
Stavo cercando nel libro “il signore degli anelli” una frase interessante, ovvia, ovviamente, ma il suo significato ce lo dimentichiamo.
Piu’ o meno. “Non amo la mia spada per il suo acciaio lucente, ma amo ciò che la mia spada difende”
In fondo, non importa se nella lotta per salvare il bene ritenuto prezioso la corda si spezza, o si sfilaccia, o si perde del tutto. A volte anche mostrare una corda irrimediabilmente rotta che ci pende dalle mani puo’ mostrare il nostro amore per l’oggetto che alla corda era legato.
Allora non ci sara’ piu’ corda che tenga. Allora il vero valore del nostro amore potrà lottare, finalmente, senza sotterfugi, cedendo, forse, o andando incontro, o venendosi incontro.
In amore, penso (ma nota che sono inespertissimo, eh!) tenere una corda squalifica immediatamente.
insomma, per farla breve:
Boh?
Mi sa che non ci siamo capiti sul significato di “corda”: per corda intendo il legame (di qualsiasi tipo) tra due persone, non la corda con cui si tiene al guinzaglio.
Per tirare la corda intendo provocare, mancare di rispetto, “sfruculiare” fino all’esasperazione: e una volta che hai esasperato una persona, indietro non si torna più.
Puoi forse, se te lo permette o se sei costretto dalla vita, tornare ad avere rapporti ma “di facciata”, senza che sia più recuperabile il sentimento e la fiducia di un tempo.
Ci sta bene la frase del Signore degli Anelli che tu hai citato, ma ribadisce il mio pensiero: non stiamo parlando della spada in quanto tale (né della corda in quanto tale) ma di ciò che rappresenta (ciò che difende in un caso, ciò che lega nell’altro).
Eh, si, vero!
Ma il dramma, quello vero, non è la rottura della corda, ma il rompersi dentro, sentire la morte che ti striscia addosso, che ti avvolge, perchè io penso (non ci crederai: penso!) che anche una corda rotta è rimendiabile, ma la morte dentro, quella no. Per quella non ci sono medicine, purtroppo. Almeno penso io.
TRadotto, quando smetti di sperare, di desiderare, di amare, di lottare. Quando ciò che sai essere bello non ti appare più bello, quando ciò che attendevi con ansia adesso sfuggi, allora è la morte.
Quando ti senti strappato dentro, quella è la morte. Ed è inutile chiedersi chi sia che ha provocato la lacerazione. In fondo, per spezzare una corda bisogna essere in due a tirare, e ognuno in una direzione opposta all’altro. Perchè ognuno ha le proprie ragioni, per lui accettabili, per l’altro no. Perchè ognuno di noi vorrebbe portare l’altro nel proprio campo, e magari anche che questi ne fosse felice, alla fine.
Ma ovviamente, se tu invece vuoi parlare della semplice cafoneria, dell’insensibilità oggettiva, e non soggettiva, allora, devi sapere che di solito vado in giro col coltello, e non importa che qualcuno tiri la corda più o meno. Sono io che la taglio per primo.
Anche qui, caro Brandy, bisogna vedere cosa si intende per corda e, soprattutto, per corda spezzata: io per corda spezzata intendo proprio una parte dentro di te che si necrotizza, quella per cui non sono interventi riparatori, se non quello di rafforzare le altre parti dell’organismo, perché riescano a sopperire e a compensare la parte mancante.
Sul fatto che la corda bisogna essere in due a tirarla invece non mi trovi d’accordo, io non sono una dei sostenitori che “la verità sta nel mezzo”: ci sono verità (e questo, d’accordo, raramente avviene) che sono da una parte sola, e ci sono verità che sono *soprattutto* da una parte.
Credimi, io sono una che sente entrambe le campane quando possibile ma spesso, pure dopo aver sentito l’altra campana, rimango a favore della prima, oppure mi sento più a favore dell’altra campana pure senza averla mai ascoltata.
Ti ripeto, tu scrivi “ognuno di noi vorrebbe portare l’altro nel proprio campo”, ma qui mi sento travisata, perché non è di tiro alla fune che parlavo, non è una corda che serviva a portare l’altro nel proprio campo quella a cui mi riferivo io.
Parlavo di legame, e sottolineo di qualsiasi tipo, da quelli più forti, sentimentali o, per esempio, genitori figli, ad altri tipo quelli tra amici, colleghi, vicini di casa, cliente/esercente, e via dicendo.
Quando viene meno il rispetto, quando lo spazio dell’altro viene invaso, a un certo punto questo legame si spezza in maniera assolutamente irreversibile.
*** E accade quasi sempre all’improvviso ***
Quello che io volevo dire con “ognuno di noi vorrebbe portare l’altro nel proprio campo” ovviamente non rappresenta un tiro alla fune, era solo un modo di dire per rappresentare il fatto che ovviamente ognuno di noi vorrebbe l’altro -amico, amante, padre, madre o fratello – il più vicino possibile ai propri desideri ed interessi. E mi pare normale, sennò chiunque andrebbe bene. O se preferisci, un debole cerca un forte, e cerca di far essere l’altro sempre forte, di accrescere questa sua qualità.
La “separazione” avviene quando le qualità rischieste non vengono a galla, o vengono a galla in maniera insoddisfacente, e allora pesa il tempo che hai speso e il dolore che hai provato, perchè la mèta immaginata non è più raggiungibile, e tu hai perso una fetta della tua vita.
Ma, come già tu hai detto, quando vien meno il rispetto e a richieste di chiarimenti la risposta è “Chiiiii, iiiiooo?” …
….Capisco che non sto riuscendo ad essere chiaro, d’altra parte anche la casistica di queste cose è quanto mai diversa, e, giusto per capirsi, ciò che posso anche accettare da una persona da un’altra potrei non tollerarla. Per questo mi pare difficile chiudere il tutto in poche frasi. Si passa dai rapporti con la cassiera del supermercato a quelli col condominio, alla famiglia, al marito, alla moglie, ai genitori e ai figli, e tutti i casi sono – secondo me – diversi.
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E’ chiaro che due persone si debbano amalgamare e trovare un proprio equilibrio; diverso è, per esempio, innamorarsi di una persona e pretendere che diventi un’altra: lì la corda si mette al collo all’altro, e si tira pure! Allora, se questi prende un coltello e… taglia la corda, tanto per restare in tema, cioè si defila alla grande, rientra nei casi di legittima difesa.
Insomma, se tu ti metti con me e pretendi che io diventi un’altra, ma perché non te ne prendi direttamente “un’altra”, così tu fatichi di meno e io respiro?
Invece quoto in pieno il tuo ““Chiiiii, iiiiooo?” , con quelle vocali allungate, tipiche della persona taaaaaaaanto innoceeeeeente (beato chi ci crede, noi no non ci crediamo… ) che mi fa andare il sangue alla testa: e quanto è tipica questa frase, esattamente con questo tono e queste vocaaaaaaali (da aggiungere solo gli occhi sgranati per lo stupore, che ti senti quasi in colpa a non crederci).
E vero anche che quello che accetti da una persona da un’altra non lo tolleri, e vorrei ben vedere che così non fosse: intanto bisogna vedere il ruolo della persona (un conto è che tuo marito ti dà una pacca sul sedere, diverso è se te la da un estraneo sulla metro, vi pare?), poi dal come e perché una cosa viene fatta (“vorrei tanto invitarti alla mia festa, ma purtroppo tu e Pinuccia vi odiate, e Pinuccia – che detesto anch’io e preferirei cento e mille volte avere te, è la sorella di mio marito e non mi posso esimere” è diverso dal non invitarti, e poi vieni a sapere da estranei che alla festa c’erano porci e cani e non tu che sei l’amica del cuore).
Bisogna anche vedere se l’episodio, anche ingiustificabile è uno “standing alone” (e qui torniamo al fatto che siamo umani, e che la persona che non sbaglia mai non esiste), o c’è un cieco perseverare, un tiro della corda all’ultimo filamento.
Insomma, l’argomento è vasto…
Tra me e i miei genitori la corda si è spezzata…l’hanno tirata a tal punto che alla fine si è rotta da sola. Ogni tanto mi dicono che è stata colpa mia, che la corda si è rotta perchè tiravo io e non loro.
Sicuramente si è rotto il nostro legame…. e sicuramente, se i miei si fossero resi conto che stavano un pò “forzando” la mano, avrebbero lasciato la presa…
E’ che a volte forse si crede che una corda resista più di quanto possa realmente….
Certo che ti dicono che è stata colpa tua, che vuoi che ti dicano?
I miei me ne hanno fatte tante, ma il massimo è stato l’impiego massiccio di mezzi per impedirmi di studiare: tu pensa che, siccome inizialmente avevano addotto a scusa il problema economico, io ho incominciato fin dalla terza media a fare lavoretti, e al liceo lavoravo proprio a regime almeno quattro ore al giorno, riducendomi a studiare di notte, e andando comunque avanti a furia di borse di studio ma… arrivata all’università, mia madre mi prese tutti i libri e me li buttò, e i soldi messi da parte in tanti anni, tutta un’adolescenza passata a lavorare (oltre che a studiare ovviamente), li diedero al ragazzo che avevano scelto come mio “legittimo sposo”, che incassò tutto e se li mangiò con qualcun’altra.
Questo è stato l’esito di un’adolescenza passata a testa bassa a lavorare. Oltretutto finii il liceo con un anno d’anticipo, alla fine del quarto mi presentai come privatista all’esame di maturità, senza ovviamente aver fatto loro spendere un soldo né di libri né di ripetizioni.
Mi raccomandai di lasciarmi almeno quell’anno che mi ero guadagnata terminando il liceo con un anno d’anticipo, ma mia madre fu irremovibile.
*** Che dici, l’hanno tirata troppo la corda? ***
Accidenti se l’hanno tirata….in confronto i miei l’hanno tirata molto piano…
Già… al peggio non c’è mai fine…
Fu allora che intravidi la possibilità di una borsa di studio all’estero (che in effetti vinsi) e me ne andai…
E da lì le cose cambiarono?
Assolutamente no. Cioè, non cambiarono tra noi, tutt’altro.
All’estero da sola ebbi una vita difficilissima, anche se riuscii a cavarmela egregiamente, e ricordo il periodo là come uno dei più felici della mia vita, se non il più felice in assoluto, ma certo fu dura. Fame, stetti male per due volte in maniera piuttosto grave, e l’ultima rischiai la vita: me la ricordo quella sera in un letto d’ospedale completamente intubata che mi chiedevo: “Ma perché sono venuta a morire qua?”. Una settimana dopo ero in Italia, accolta da un muso lungo che non vi dico.
Sono stata ancora quattro anni a casa dei miei, più ribelle che mai (dopo l’esperienza che avevo fatto, potevano pretendere che tornassi a fare la figlia di famiglia, e a farmi dire “tu non esci” o alle otto stai a casa?). Inoltre i miei fratelli si erano appropriati di ogni mio spazio (e fin qui tutto normale, io non c’ero), e non intendevano rimollarlo.
Era l’epoca dell’equo canone, quando le case in affitto non si trovavano, e men che meno l’avrebbero mai affittate a un residente.
Ma la storia non è mai finita…
E’ difficile essere genitori ed è difficile essere figli.
Io sono molto diversa da quando sono andata via di casa. Lo hanno notato tutte le persone che mi sono accanto ed anche io stessa lo vedo in come sto e in cosa faccio.
Sembra che tolti loro ho tolto quasi tutti i miei problemi…ed ora sto bene.
Eppure sono i miei genitori, coloro su cui pensi di poter contare, che ti hanno cresciuto ed educato, con cui sei stata fino a quel momento…e sono coloro che scopri ti facevano vivere male la tua vita.
Mi hanno sempre detto che era colpa mia se vivevo male la mia vita, sempre con ansie, con paure, con rimpianti e senso di frustrazione, in atteggiamento auto-punitivo fino all’estremo. Ma non ero io la causa: perchè ora che sono da sola tutti questi modi di affrontare la vita sono scomparsi.
Appunto.