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	<title>Commenti a: Non piangere, nonno!</title>
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	<description>il mondo e gli altri come li vedo io</description>
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		<title>Di: donnaemadre</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7965</link>
		<dc:creator>donnaemadre</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 10:14:25 +0000</pubDate>
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		<description>Ok, mi cimento nella traduzione della poesia, perché non l&#039;ho trovata in linea in italiano. Con lo spagnolo mi arrabbatto (e qui sono senza dizionario) ergo, se qualcuno invece ha una maggiore padronanza linguistica e mi vuole dare una dritta, ogni suggerimento, rettifica/correzione sono ben accetti.

Vecchio cieco, piangevi quando la tua vita era
buona, quando avevi nei tuoi occhi il sole:
però, se già il silenzio è arrivato, cos&#039;è ciò che aspetti,
cos&#039;è ciò che aspetti, cieco, che aspetti dal dolore?

Nel tuo angolo sembri un bambino che sia nato
senza piedi per la terra, senza occhi per il mare,
e come le bestie nella notte cieca,
senza giorno né crepuscolo - si stancano di aspettare.

Perché se tu conosci il cammino che reca
in due o tre minuti verso una vita nuova,
vecchio cieco, che aspetti, che puoi aspettare?

E se per l&#039;amarezza più brutta del destino,
animale vecchio e cieco, non conosci il cammino,
io, che ho due occhi, te lo posso insegnare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ok, mi cimento nella traduzione della poesia, perché non l&#8217;ho trovata in linea in italiano. Con lo spagnolo mi arrabbatto (e qui sono senza dizionario) ergo, se qualcuno invece ha una maggiore padronanza linguistica e mi vuole dare una dritta, ogni suggerimento, rettifica/correzione sono ben accetti.</p>
<p>Vecchio cieco, piangevi quando la tua vita era<br />
buona, quando avevi nei tuoi occhi il sole:<br />
però, se già il silenzio è arrivato, cos&#8217;è ciò che aspetti,<br />
cos&#8217;è ciò che aspetti, cieco, che aspetti dal dolore?</p>
<p>Nel tuo angolo sembri un bambino che sia nato<br />
senza piedi per la terra, senza occhi per il mare,<br />
e come le bestie nella notte cieca,<br />
senza giorno né crepuscolo &#8211; si stancano di aspettare.</p>
<p>Perché se tu conosci il cammino che reca<br />
in due o tre minuti verso una vita nuova,<br />
vecchio cieco, che aspetti, che puoi aspettare?</p>
<p>E se per l&#8217;amarezza più brutta del destino,<br />
animale vecchio e cieco, non conosci il cammino,<br />
io, che ho due occhi, te lo posso insegnare.</p>
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	</item>
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		<title>Di: donnaemadre</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7947</link>
		<dc:creator>donnaemadre</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 04:22:28 +0000</pubDate>
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		<description>@Brandy: è vero, nonno è riuscito a dare fino alla fine, con quella generosità così spontanea che l&#039;ha contraddistinto per tutta la vita, era di quelle persone &lt;a href=&quot;http://donnaemadre.wordpress.com/2008/04/24/creati-per-dare/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;create per dare&lt;/a&gt;.

@Alberto: qui il proverbio è riferito solo alla madre, suona più meno così: &quot;Una madre è buona per cento figli, ma cento figli non sono buoni per una madre&quot;

@Osolemia: non sai quanto sia rimasto senza parole chi questa storia è stato costretto a viverla... e quello che ho scritto qui sapessi quanto è edulcorato...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Brandy: è vero, nonno è riuscito a dare fino alla fine, con quella generosità così spontanea che l&#8217;ha contraddistinto per tutta la vita, era di quelle persone <a href="http://donnaemadre.wordpress.com/2008/04/24/creati-per-dare/" rel="nofollow">create per dare</a>.</p>
<p>@Alberto: qui il proverbio è riferito solo alla madre, suona più meno così: &#8220;Una madre è buona per cento figli, ma cento figli non sono buoni per una madre&#8221;</p>
<p>@Osolemia: non sai quanto sia rimasto senza parole chi questa storia è stato costretto a viverla&#8230; e quello che ho scritto qui sapessi quanto è edulcorato&#8230;</p>
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		<title>Di: Alberto La Rocca</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7946</link>
		<dc:creator>Alberto La Rocca</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jul 2008 02:59:10 +0000</pubDate>
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		<description>Comunque è proprio vero il detto:
&quot;Basta un genitore a crescere 100 figli,
ma 100 figli non riescono ad accudire un genitore...&quot;
Beh, la traduzione dal dialetto siciliano è pressappoco questa...
Che tristezza mi hai messo leggendo il tuo post, è il post di tutti in qualche modo...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Comunque è proprio vero il detto:<br />
&#8220;Basta un genitore a crescere 100 figli,<br />
ma 100 figli non riescono ad accudire un genitore&#8230;&#8221;<br />
Beh, la traduzione dal dialetto siciliano è pressappoco questa&#8230;<br />
Che tristezza mi hai messo leggendo il tuo post, è il post di tutti in qualche modo&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Brandy</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7941</link>
		<dc:creator>Brandy</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 19:54:30 +0000</pubDate>
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		<description>La storia narrata da Tiziana Paghini non ha bisogno di commenti. Lascia una tristezza profonda, un dolore quasi ... direi impronunciabile, anche se so che non c&#039;entra nulla, ma è la parola che mi viene adesso. Perche&#039; storie così stanno sfiorando, o hanno sfiorato, il nostro passato, e ringraziamo Dio se ne siamo rimasti indenni. 
Continuiamo a sperare in una vita decorosa anche per noi, ma per quanto mi riguarda mi sento molto incerto, insicuro. Questo aspetto del domani che mi attende mi riempie di inquietudine.

La storia, invece di DM, ... che ti posso dire? Sottoscrivo in pieno il tuo finale. Un amore che passa il tempo a donare senza nulla trattenere per se alla fine riesce anche a donare la pace. Nonostante tutto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La storia narrata da Tiziana Paghini non ha bisogno di commenti. Lascia una tristezza profonda, un dolore quasi &#8230; direi impronunciabile, anche se so che non c&#8217;entra nulla, ma è la parola che mi viene adesso. Perche&#8217; storie così stanno sfiorando, o hanno sfiorato, il nostro passato, e ringraziamo Dio se ne siamo rimasti indenni.<br />
Continuiamo a sperare in una vita decorosa anche per noi, ma per quanto mi riguarda mi sento molto incerto, insicuro. Questo aspetto del domani che mi attende mi riempie di inquietudine.</p>
<p>La storia, invece di DM, &#8230; che ti posso dire? Sottoscrivo in pieno il tuo finale. Un amore che passa il tempo a donare senza nulla trattenere per se alla fine riesce anche a donare la pace. Nonostante tutto.</p>
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	<item>
		<title>Di: osolemia</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7940</link>
		<dc:creator>osolemia</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 19:52:41 +0000</pubDate>
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		<description>Diemme, mi hai lasciato senza fiato e senza parole...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Diemme, mi hai lasciato senza fiato e senza parole&#8230;</p>
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	<item>
		<title>Di: Tiziana Paghini</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7919</link>
		<dc:creator>Tiziana Paghini</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 12:24:43 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://donnaemadre.wordpress.com/?p=662#comment-7919</guid>
		<description>Ringrazio pubblicamente DM per la citazione del mio articolo. Una storia di vissuto reale, purtroppo. Una storia che accomuna molti, troppi anziani dimenticati, lasciati morire spogliati d&#039;ogni dignità dell&#039;essere umano.
Come ha già fatto l&#039;amministratrice di questo spazio che io ho potuto conoscere attraverso le sue parole private e attraverso il suo articolo, rinnovo la sensibilizzazione all&#039;argomento in questione. Mi rivolgo soprattutto agli Enti che dovrebbero garantirci -sì, perchè un giorno saremo pure noi degli anziani!- anni di vecchiaia sereni, nel rispetto della nostra persona, delle nostre emozioni, dei nostri desideri ma soprattutto diritti.
Mi rivolgo a tutti coloro che hanno vissuto esperienze simili con propri congiunti. Facciamo sentire la nostra voce ora, in giovinezza. Facciamo in modo che i lager non possano più mietere vittime e che gli aguzzini possano avere la giusta condanna.
Ogni essere vivente ha diritto a dignità. Ogni essere vivente ha diritto all&#039;assistenza morale e oggettiva, ma soprattutto ha diritto di non soffrire.
Grazie.

Tiziana Paghini</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio pubblicamente DM per la citazione del mio articolo. Una storia di vissuto reale, purtroppo. Una storia che accomuna molti, troppi anziani dimenticati, lasciati morire spogliati d&#8217;ogni dignità dell&#8217;essere umano.<br />
Come ha già fatto l&#8217;amministratrice di questo spazio che io ho potuto conoscere attraverso le sue parole private e attraverso il suo articolo, rinnovo la sensibilizzazione all&#8217;argomento in questione. Mi rivolgo soprattutto agli Enti che dovrebbero garantirci -sì, perchè un giorno saremo pure noi degli anziani!- anni di vecchiaia sereni, nel rispetto della nostra persona, delle nostre emozioni, dei nostri desideri ma soprattutto diritti.<br />
Mi rivolgo a tutti coloro che hanno vissuto esperienze simili con propri congiunti. Facciamo sentire la nostra voce ora, in giovinezza. Facciamo in modo che i lager non possano più mietere vittime e che gli aguzzini possano avere la giusta condanna.<br />
Ogni essere vivente ha diritto a dignità. Ogni essere vivente ha diritto all&#8217;assistenza morale e oggettiva, ma soprattutto ha diritto di non soffrire.<br />
Grazie.</p>
<p>Tiziana Paghini</p>
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		<title>Di: donnaemadre</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7915</link>
		<dc:creator>donnaemadre</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 09:19:19 +0000</pubDate>
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		<description>Ho preso l&#039;immagine da Internet, ma stavolta, cosa che non faccio sempre, ho voluto vederla nel contesto da cui la stavo traendo: la sento così mia quest&#039;immagine, sembra davvero mio nonno, vinto, rassegnato, che aspetta la fine, che mi sono chiesta a quale altro articolo potesse essere associata.

E&#039; così che ho scoperto un blog straordinario, http://lartedellindividualita.blogspot.com/ , di tale Tiziana Paghini. Mi sono beata nel leggerlo, ma quando sono arrivata &lt;a href=&quot;http://lartedellindividualita.blogspot.com/2008/03/la-fredda-carezza-della-fine.html&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;all&#039;articolo&lt;/a&gt; di cui alla foto di questo mio stesso post, ho letto una testimonianza agghiacciante, che vi riporto integralmente:

PREMESSA INIZIALE:

La storia narrata in questo racconto è basata su un avvenimento realmente accaduto. Per questione di privacy vengono omessi i nomi delle persone e i luoghi che hanno visto lo svolgersi dell’evento, ma questo pezzo è una denuncia a strutture che ancora esistono e che lo Stato Italiano ignora, nonostante gli avvenimenti di cronaca che spesso portano alla ribalta situazioni vergognose. Assolutamente indegne di uno stato che vanta d’essere democratico e civile. Assolutamente indegne di ogni essere umano.

Mi sento smarrito, mentre guardo l’indirizzo scarabocchiato rapidamente sul retro di un biglietto del bus e confronto il tutto con ciò che mi sta davanti.

E’ esatto. Numero civico, piazzale, città: tutto è in relazione.

Accendo una sigaretta e prendo tempo per riflettere. La confusione di quegli ultimi mesi si accavalla nella mia mente e non riesco ad assorbire quello che sta succedendo con la giusta lucidità.

Rammento l’incontro con la dottoressa che aveva in cura mio padre, poco prima del trasferimento.

Rammento che mi trovavo in riunione quel giorno, quando il cellulare ha preso a martellare con la sua fastidiosa suoneria nel momento meno opportuno della mattinata.

Imbarazzato, mi sono scusato con i presenti e sono uscito dall’aula.

-Mi spiace, ma mio padre è ricoverato e non posso spegnere il telefono.- Mi giustifico.

Nessuno batte ciglio, anzi, sembrano tutti molto indulgenti.

La dottoressa chiede un incontro per discutere sul ‘futuro’ di mio padre. Acconsento. Riesco a liberarmi nel primo pomeriggio e le chiedo di fare il grande sforzo di farsi trovare in studio all’ora concordata. Non posso perdere altre giornate di lavoro.

Con fare distratto accetta e, al nostro incontro mi parla con quella dolcezza irritante che si usa per disarmare un pazzo che tiene in ostaggio un asilo.

Sembra quasi che si rivolga ad un povero imbecille incapace di capire una parola. Scandisce con lentezza ogni riferimento a papà. Le ricordo che sono laureato quanto lei, e che non mi servono grafici per capire ciò che sta avvenendo nel cervello di mio padre. So che non ce la farà ad uscire da quell’ultima ischemia che lo ha reso un vegetale.

-Mi sono presa la libertà di chiedere un trasferimento in una struttura più idonea al paziente.- Dice, senza guardarmi negli occhi. La osservo. Piccolina, magra come un chiodo con i lunghi capelli raccolti in una crocchia che la incanutisce. Sotto il camice immacolato veste una tuta rosso fuoco che, unita al viso smunto la fa sembrare brutta anche se, di fatto, non lo è. Mi è antipatica, e non so il perché. Ho la certezza che non stia dicendo la verità.

-Capisco…- Rispondo, senza molta convinzione.

Dico a me stesso che forse era meglio discuterne prima con me, ma non ho voglia di polemizzare e mi concentro su ciò che la donna dice. Mi sento irritato ma taccio.

-E’ un istituto in grado di dare assistenza ai pazienti difficili. Naturalmente è un ricovero a tempo determinato. Questione al massimo di tre o quattro mesi, poi deciderà lei sul da farsi. Noi, qui, non possiamo fare altro.-

Aggiunge.

-Me ne rendo conto.- Dico.

Ringrazio superficialmente per l’assistenza prestata a mio padre fino a quel momento e appunto la data del trasferimento. La dottoressa specifica che non sarà indispensabile la mia presenza. Penseranno a tutto loro. Sembra che ogni cosa sia stata predisposta con una cura degna di viva approvazione.

-Sarà contattato dal medico che avrà l’incarico di assistere il paziente e, se lo vorrà, raggiungerà suo padre in un secondo tempo.-

Se lo vorrò? Mi stupisco di questa asserzione enigmatica. Certo che lo vorrò! Per chi mi ha preso?

Non aggiungo altro.

Come da accordi, vengo contattato da un medico estremamente gentile che mi informa di essere il responsabile della riabilitazione dell’uomo che mi ha dato la vita, anzi, del numero quarantatrè della stanza cinque, secondo piano a destra, in fondo al corridoio.

Deglutisco. Penso che mio padre non è più un uomo ma un contrassegno numerico e rabbrividisco.

Ora mi ritrovo davanti all’edificio che lo ospita. Certo non mi aspettavo un hotel cinque stelle. Un ospedale è pur sempre un ospedale, ma quella costruzione è indecente. Un vero insulto per gli occhi.

Ho la strana impressione che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Ho la netta percezione che, una volta attraversato l’androne, qualcosa mi farà soffrire.

Normalmente sono padrone delle mie emozioni e molto difficilmente perdo il controllo della calma, ma questa volta mi sento soggiogato da uno stato d’animo sconosciuto, pieno d&#039;insidie, affilato.

Spengo la sigaretta e mi guardo nuovamente attorno. Non può essere vero, mi sento trasportato fuori del mondo. Tutto sembra abbandonato da molto tempo.

Quando entro nell’edificio mi si stringe il cuore. Anzi, se devo essere sincero il cuore manca un battito.

Un tonfo e poi il nulla. Mi guardo in giro e non vedo niente, a parte piante secche ai lati dell’ingresso principale sbiadito.

La giornata estiva diviene un’illusione.

Pare che in quel posto non ci possa essere che inverno. I raggi del sole non rischiarano neppure di striscio quel grande pezzo di città. Mi domando cosa ci fosse lì un tempo. La grandezza della struttura fa pensare che non ci sia stato altro, oltre a ciò che adesso mi accingo con malavoglia a esaminare.

Tuttavia, ci sono lontane tracce di un vissuto fastoso, ora dimenticato e trascurato. Una vecchia fontana con un putto al centro conferma che un tempo quel posto doveva essere stato discretamente bello. Ma quel cupido è ricoperto di muffa e muschio verde, alle mani mancano alcune dita e al viso il naso. La vasca è totalmente arida e sudicia. Piena di fogliame secco e di Dio solo sa che altro.

La vegetazione sembra assente. Solo erbacce, nulla di più.

Il pensiero, però, si porta subito all’oggettività del momento. Non sono interessato a sapere cosa potesse esserci nel passato, ma sono intenzionato a capire cosa ci sia adesso.

Vecchio, consunto, appestato di tristezza e di sporcizia, questo palazzo è la nuova, momentanea residenza di mio padre.

Attraverso l’atrio e guardo con fare circospetto il portinaio che mi chiede le generalità.

Rispondo con educazione affettata. L’uomo pare non essere soddisfatto appieno della mia risposta, allorché io estraggo dalla tasca la carta d’identità e gliela sbatto quasi sotto il muso porcino.

Lui mi guarda, sembra quasi attonito. Sorrido, con quel modo di fare da figlio di puttana che in certe occasioni mi viene benissimo.

Sorrido e lo fisso a mia volta.

-E’ sufficiente o vuole altro?-

Dico. Inutile aggiungere che il mio tono di voce non è più tanto gentile.

In altra occasione avrei evitato di presentarmi con autorevolezza e impertinenza, ma tutto in quel posto mi faceva agghiacciare e la conseguenza di ciò mi rendeva detestabile. Con un gesto della testa mi indica il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti. Gli darei dello stronzo, se non fossi un signore. L’appellativo più gentile che potrei offrigli.

Una grande scalinata in cemento e una porta a vetri dimezzano il reale dall’irreale. Dividono la vita dalla morte, la dignità dall’indecenza.

Salgo, mentre il cuore martella nel petto come un maglio. La scala sembra non avere fine. Secondo piano. Apro la porta e le narici vengono investite dall’acre odore di piscio, vecchiaia, morte.

D’istinto infilo il naso nel colletto della camicia, sperando che il profumo possa attenuare almeno in parte quell’olezzo.

L’interno del posto non è certamente migliore dell’esterno. Un lungo corridoio fa da padrone ed io seguo la destra, come mi è stato detto di fare. Cerco la stanza numero cinque e la trovo. Cerco di evitare di guardarmi attorno, ma un uomo mi viene incontro e mi stringe un braccio.

Non riesco a capire se è davvero anziano o se lo sembra. Ottuagenario, quasi sicuramente, con un pigiama sporco di cibo e di muco, sembra illuminarsi nel vedermi.

-Ciao!- Dice, poco meno che raggiante.

Non so che rispondere. Mi sento imbarazzato, schifato, tuttavia il cuore si stringe in pena infinita verso lo sconosciuto.

-Sei venuto, vero?Eh, lo sapevo che non mi avresti lasciato qui!-

Sta tremando d’emozione. Mi ha scambiato per qualcun altro, ovviamente. Cerco di divincolarmi dalla stretta, ma temo di risultare cattivo e non so che fare.

Guardo la stanza numero cinque e poi ancora l’uomo.

-Adesso devo andare…- dico, e sorrido cercando di assumere un atteggiamento dolce.

-Ma sei appena arrivato…-

Il vecchio si lamenta, inizia a piangere come un bambino e le sue dita ossute non mollano il mio braccio.

-Poi torno…-

Cerco di limitare il danno involontariamente cagionato, inutilmente.

-Non è vero. Tu, poi non torni più e mi lasci qui a morire.-

Il pianto lagnoso iniziale si trasforma in strazio.

-Mi lasci qui a morire da solo!-

Una pozzanghera giallastra si fa largo improvvisamente tra i suoi piedi nudi. Neppure le ciabatte indossa!

L’orrore si fa largo nei miei sensi e, malamente mi tolgo da quella morsa infilandomi nella stanza di mio padre.

Mi manca il respiro. Con fatica realizzo che quello che sto vivendo non è un sogno, ma realtà.

Sento ancora l’uomo che piange nel corridoio ma evito di pensarci. La stanza è piccola e ci sono otto letti quasi accavallati l’uno all’altro. I comodini sono incuneati nel piccolo spazio rimanente. Nessun armadio presente, solo un tavolaccio ricoperto da usurata tela cerata che da sulla finestra spalancata e che funge da ‘posteggio’ per i borsoni dei ricoverati.

L’odore di piscio si fa ancora più forte e mi accorgo che un secchio pieno di urina è posto sotto al tavolo. Mi domando che diavolo ci faccia lì, nel mezzo del mese di Giugno!

Papà è nel letto e neppure si rende conto della mia presenza. Lo guardo, quasi non lo riconosco. Sembra diverso, più magro, più vecchio. Mi avvicino con avvedutezza e sapendo di essere osservato dal paziente del letto davanti al suo.

Mi stupisco dello stato in cui si trova. L’ultima volta che gli avevo fatto visita non era ridotto così male.

Ventiquattro ore in quel posto e quelli erano i risultati?

-Papà…-

Lo chiamo con delicatezza e mi siedo accanto a lui, in quel letto nauseabondo.

I suoi occhi si aprono ma non so se mi vedono. Sento le lacrime salirmi in gola. Non siamo mai andati molto d’accordo, ma da qui al vederlo in un lager c’era una distanza oceanica.

Gli prendo la mano e la sento gelata. Il sangue cessa di scorrermi nelle vene. Non sarà mica morto all’improvviso? Apre gli occhi e mi crepa davanti?

-Papà!- Stavolta alzo la voce e vedo che si gira verso di me. Tiro un sospiro di sollievo, ma è solo temporaneo.

Lo guardo attentamente. Lui, sempre distinto e pulito anche nei momenti peggiori del suo male, ora è lurido. I capelli sono appiccicati e da sua pelle è bisunta e maleodorante.

-Papà, adesso ci cambiamo questo pigiama, va bene?- Dico, con voce strozzata.

-Adesso ci diamo una bella lavata!-

Sono arrabbiato. Terribilmente arrabbiato. Mi tolgo la giacca e avvolgo sopra i gomiti le maniche della camicia.

Estraggo dal mucchio di borse sopra il tavolo quella di mio padre e prendo il blocco di salviettine umide.

-Ci laviamo per bene e ci cambiamo, ok?-

Lui non mi risponde, ma mi capisce. Gli occhi si fanno umidi e mi strappano il cuore.

-Cazzo, porca puttana, ma che posto di merda è, questo?-

Urlo. Voglio che mi sentano.

Incurante del suo odore, lo obbligo ad afferrarmi le spalle e lo spoglio. Inizio con dolcezza a lavarlo tutto. Prima il viso, poi il collo, le spalle, le braccia…piangerei, se potessi, se lui non mi capisse. Giuro che piangerei.

Quando cerco di pulirgli la schiena noto il principio di due piaghe da decubito che avanzano tra il piscio e il loro siero.

Al momento non dico nulla. Spaccherei tutto, ma taccio per non spaventarlo. Cerco di portare il lenzuolo e una coperta sopra la pozzanghera nella quale sta macerando. Lo metto seduto e gli infilo mutande, calzoni del pigiama, calzini. Sento le lacrime che rigano la mia faccia scottante di rabbia. Tengo la testa bassa, così non mi vede.

-Adesso ci mettiamo un po’ di deodorante e cambiamo anche le lenzuola, papà.-

Lui piange. Piange perché sente la mia voce rotta.

-Non piangere, papà. Non ti preoccupare per me…-

All’improvviso entra un infermiere. E’ molto irritato dalla mia presenza e si permette il lusso di riprendermi.

-Cosa sta facendo? E’ fuori orario di visita e non può toccare i malati. Fuori!-

Mi invita a nozze. Aspettavo solo la nota iniziale per tirare fuori la rabbia dalla mia anima.

-Che cosa sto facendo…Che cosa sto facendo? Sto facendo quello che dovresti fare tu!-

La mia voce è un tuono che scuote tutti i poveri presenti. L’infermiere non sembra affatto intimorito.

-O se ne va da solo o chiamo la vigilanza.-

Mi minaccia. Quel bastardo mi sta minacciando.

-E chiamala la vigilanza, cosa aspetti? Chiamala, sbattimi fuori che ritorno con la polizia e denuncio tutti!-

Non sorride più. Il suo faccione scuro si stupisce della mia reazione.

-Allora chiamo il medico.- Controbatte.

-Chiama chi cazzo vuoi! Chiama, dai, e staremo a vedere chi dei due ci rimetterà. Piuttosto, imbecille, porta delle lenzuola pulite per mio padre. Le voglio entro dieci secondi, altrimenti ti spacco quella faccia da cretino che ti ritrovi!-

Non ho paura, non me ne frega niente delle conseguenze, non a quel punto.

Gli occhi degli altri degenti si fanno fissi su di me, altrettanto stupiti quanto quelli dell’infermiere che sta indietreggiando.

-Muoviti!- Urlo.

Lui annuisce, ma è sfida, non assenso.

-Chiamo il medico.-

La sua voce è uno stiletto che mi punta.

-Muoviti!-

Papà ha smesso di piangere. Sembra rendersi conto delle mie intenzioni. A differenza dell’uomo che mi aveva fermato nel corridoio, papà sa che io ci sono, che non lo lascio morire lì.

Raccatto tutte le sue cose e le infilo nel borsone, seriamente intenzionato a portare via mia padre da quel lager, ma un medico irrompe nella stanza seguito da un paio di infermiere.

Riconosco la sua voce; è quello che mi ha parlato al telefono.

-Cosa succede?- Chiede, con cortesia.

-Succede che questo posto non mi piace, così come non mi piace vedere con quanta ‘cura’ assistite gli ammalati. Succede che porto via mio padre!-

La mia voce fa eco nel piano. Il medico appare imbarazzato e mi si avvicina.

-Lei sta estremizzando…- Non gli permetto di proseguire.

-Io non sto estremizzando un accidenti di niente. Mi limito a constatare ciò che vedo, e questo non mi piace. Voglio le dimissioni immediate di mio padre. Immediate!-

Il mio tono è perentorio, non ammette alcuna replica. Il medico fa uscire dalla camera gli infermieri e mi si avvicina. Cerca una sorta di patteggiamento che non ho alcuna intenzione di accordargli.

-Lei si è fatto un’idea sbagliata di noi, di questa struttura. E’ capitato in un momento negativo, ma appena ci trasferiremo nel nuovo ospedale…-

Non voglio stare a sentire giustificazioni che non stanno né in cielo né in terra.

Non mi interessano le sue scuse.

Non c’è molto da capire, non è stata una decisione sorta da pregiudizio ma oggettività di fatti concreti.

-Voglio portare via mio padre.- Insisto.

Lui storce la bocca, come se stesse considerando la mia richiesta.

-Non prima di lunedì.- Dice.

-Subito!-

-Devo dimetterlo, mi occorre la sua firma, devo prenotare l’ambulanza. Mi lasci il tempo per le pratiche. Domani è sabato…-

-Lunedì mattina, per le sette voglio vedere mio padre fuori da qui. Non un minuto più tardi. Nel frattempo pretendo che gli venga cambiato il letto, le lenzuola. Pretendo che gli vengano pulite e medicate le piaghe che si sono formate sulla schiena e sulle natiche. Pretendo, non chiedo!-

Chiusi lì il discorso. Trascorsi il fine settimana dilaniato nell’orgoglio, mi sentivo vilipeso come figlio, come essere umano. Mi sentivo disonorato per mio padre, per tutti gli altri esseri umani presenti in quel luogo e trattati peggio delle bestie.

Quando finalmente andai a prenderlo, mi accorsi di non aver magnificato nella mia decisione. Con la lettiga attraversammo quasi interamente il reparto maschile di quel lager. Vidi di tutto. I miei occhi si riempirono di orrore nel rendermi conto che ciò che avevo sentito nel cuore, quel giorno, non era solamente frutto della disperazione ma una certezza indissolubile. Vidi i barellieri estraniarsi completamente dal luogo, ignorando o fingendo di ignorare ciò che stava sotto ai loro sguardi freddi.

Vidi uomini abbandonati a se stessi, alle sopraffazioni, ai crimini di chi, con un camice bianco avrebbe dovuto garantire loro cura e considerazione. Compresi la precarietà dei miei anni verdi che se ne stavano andando e mi rappresentai in quella stessa situazione. Mi dissi che ciò che stava avvenendo agli altri, forse un giorno sarebbe potuto accadere a me.

Tutto questo non poteva essere ignorato! Scrissi al direttore sanitario che non mi rispose. Scrissi ad un giornale locale che non pubblicò la mia esperienza, la mia denuncia.

Papà visse ancora pochi mesi, ed io attribuii gran parte della sua disfatta a quei quattro giorni in quel luogo. Mi convinsi che, forse, se nessuno lo avesse condotto in quella prigione, le cose potevano concludersi in altro modo. Mi ero persuaso di questo in virtù del fatto che dopo la dimissione, papà iniziò a straparlare e a comportarsi come se da quella specie di istituto non se ne fosse mai andato.

Sapevo che doveva morire, ma mi auguravo che la fine non avvenisse con tale disumanità.

Dopo qualche tempo il direttore sanitario mi rispose. Alla quinta, forse sesta lettera che gli inviai in raccomandata, decise di rispondere alla mia lamentela.

Mi scrisse che il mio punto di vista era assolutamente fuori luogo ed arbitrario, in quanto erano molti i figli che lo ringraziavano delle sue premure nei confronti degli anziani.

Mi informò che la struttura si era trasferita nel nuovo ospedale e si ‘scusò’ ironicamente per non avermi concesso il lusso iniziale che mi sarei aspettato.

Gli risposi. Gli risposi dopo aver visitato la nuova clinica. Dopo aver finto di essere un parente qualunque che, nelle ore d’entrata concesse al pubblico, si faceva il ‘giro’ di circostanza per far visita al congiunto. Era vero: la struttura era nuova di zecca, tuttavia nulla era cambiato. I volti erano gli stessi, così come lo era la disperazione in quegli occhi che mi guardavano cercando in me un figlio, un parente che non sarebbe mai arrivato.

Era lo stesso il puzzo di piscio, la sporcizia su quei corpi consumati dall’abbandono.

Era la stessa sensazione di quel lontano giorno.

Sì, gli risposi, dicendo:

“Immagino che nella sua lettera ci sia verità. E’ vero che molti figli la ringraziano per l’assistenza ai pesi morti loro e di una società che rifiuta la senilità. Immagino che forse, ci sia una sorta di contorta legittimità nel porre un congiunto in un ospizio, soprattutto per i casi disperati, ingestibili tra le pareti domestiche. Io stesso avrei optato per un istituto che si potesse davvero prendere cura di mio padre, non riuscendo a curarlo da solo, ma questa è un’altra storia, mio caro direttore. Questa non è la sua storia, così come non lo è quella dei figli che la ‘ringraziano’.

Ci sono molti modi e molte ragioni per essere grati a qualcuno. Si è grati a chi ci supplisce, stipendiato. Da chi si sostituisce e si prende a cuore una causa da perorare perché lo si è scelto. A chi, negli ultimi anni della vita di un essere umano, garantisce questo breve arco di tempo con dedizione e dignità, ma non si può essere grati a lei. A chi ci toglie dai piedi chi ci da fastidio, chi non serve più, anche se poco prima ci ha servito, riverito, mantenuto.

E’ vero, ora la struttura è nuova, moderna. Tutto qui! Ci si è cambiati le mutande senza lavarsi il culo. Questa è la drammatica verità. Una veridicità che il nostro Stato sostiene, legittima, vara a gran voce. Ma questa non è la mia verità, e non lo sarà mai. Ed io non la ringrazierò mai, caro direttore. Mi limito ad augurarle la stessa fine che ha riservato e che riserverà a molti suoi ospiti pagati.”

Inutile dire che non mi rispose.

Pubblicato da Tiziana Paghini</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho preso l&#8217;immagine da Internet, ma stavolta, cosa che non faccio sempre, ho voluto vederla nel contesto da cui la stavo traendo: la sento così mia quest&#8217;immagine, sembra davvero mio nonno, vinto, rassegnato, che aspetta la fine, che mi sono chiesta a quale altro articolo potesse essere associata.</p>
<p>E&#8217; così che ho scoperto un blog straordinario, <a href="http://lartedellindividualita.blogspot.com/" rel="nofollow">http://lartedellindividualita.blogspot.com/</a> , di tale Tiziana Paghini. Mi sono beata nel leggerlo, ma quando sono arrivata <a href="http://lartedellindividualita.blogspot.com/2008/03/la-fredda-carezza-della-fine.html" rel="nofollow">all&#8217;articolo</a> di cui alla foto di questo mio stesso post, ho letto una testimonianza agghiacciante, che vi riporto integralmente:</p>
<p>PREMESSA INIZIALE:</p>
<p>La storia narrata in questo racconto è basata su un avvenimento realmente accaduto. Per questione di privacy vengono omessi i nomi delle persone e i luoghi che hanno visto lo svolgersi dell’evento, ma questo pezzo è una denuncia a strutture che ancora esistono e che lo Stato Italiano ignora, nonostante gli avvenimenti di cronaca che spesso portano alla ribalta situazioni vergognose. Assolutamente indegne di uno stato che vanta d’essere democratico e civile. Assolutamente indegne di ogni essere umano.</p>
<p>Mi sento smarrito, mentre guardo l’indirizzo scarabocchiato rapidamente sul retro di un biglietto del bus e confronto il tutto con ciò che mi sta davanti.</p>
<p>E’ esatto. Numero civico, piazzale, città: tutto è in relazione.</p>
<p>Accendo una sigaretta e prendo tempo per riflettere. La confusione di quegli ultimi mesi si accavalla nella mia mente e non riesco ad assorbire quello che sta succedendo con la giusta lucidità.</p>
<p>Rammento l’incontro con la dottoressa che aveva in cura mio padre, poco prima del trasferimento.</p>
<p>Rammento che mi trovavo in riunione quel giorno, quando il cellulare ha preso a martellare con la sua fastidiosa suoneria nel momento meno opportuno della mattinata.</p>
<p>Imbarazzato, mi sono scusato con i presenti e sono uscito dall’aula.</p>
<p>-Mi spiace, ma mio padre è ricoverato e non posso spegnere il telefono.- Mi giustifico.</p>
<p>Nessuno batte ciglio, anzi, sembrano tutti molto indulgenti.</p>
<p>La dottoressa chiede un incontro per discutere sul ‘futuro’ di mio padre. Acconsento. Riesco a liberarmi nel primo pomeriggio e le chiedo di fare il grande sforzo di farsi trovare in studio all’ora concordata. Non posso perdere altre giornate di lavoro.</p>
<p>Con fare distratto accetta e, al nostro incontro mi parla con quella dolcezza irritante che si usa per disarmare un pazzo che tiene in ostaggio un asilo.</p>
<p>Sembra quasi che si rivolga ad un povero imbecille incapace di capire una parola. Scandisce con lentezza ogni riferimento a papà. Le ricordo che sono laureato quanto lei, e che non mi servono grafici per capire ciò che sta avvenendo nel cervello di mio padre. So che non ce la farà ad uscire da quell’ultima ischemia che lo ha reso un vegetale.</p>
<p>-Mi sono presa la libertà di chiedere un trasferimento in una struttura più idonea al paziente.- Dice, senza guardarmi negli occhi. La osservo. Piccolina, magra come un chiodo con i lunghi capelli raccolti in una crocchia che la incanutisce. Sotto il camice immacolato veste una tuta rosso fuoco che, unita al viso smunto la fa sembrare brutta anche se, di fatto, non lo è. Mi è antipatica, e non so il perché. Ho la certezza che non stia dicendo la verità.</p>
<p>-Capisco…- Rispondo, senza molta convinzione.</p>
<p>Dico a me stesso che forse era meglio discuterne prima con me, ma non ho voglia di polemizzare e mi concentro su ciò che la donna dice. Mi sento irritato ma taccio.</p>
<p>-E’ un istituto in grado di dare assistenza ai pazienti difficili. Naturalmente è un ricovero a tempo determinato. Questione al massimo di tre o quattro mesi, poi deciderà lei sul da farsi. Noi, qui, non possiamo fare altro.-</p>
<p>Aggiunge.</p>
<p>-Me ne rendo conto.- Dico.</p>
<p>Ringrazio superficialmente per l’assistenza prestata a mio padre fino a quel momento e appunto la data del trasferimento. La dottoressa specifica che non sarà indispensabile la mia presenza. Penseranno a tutto loro. Sembra che ogni cosa sia stata predisposta con una cura degna di viva approvazione.</p>
<p>-Sarà contattato dal medico che avrà l’incarico di assistere il paziente e, se lo vorrà, raggiungerà suo padre in un secondo tempo.-</p>
<p>Se lo vorrò? Mi stupisco di questa asserzione enigmatica. Certo che lo vorrò! Per chi mi ha preso?</p>
<p>Non aggiungo altro.</p>
<p>Come da accordi, vengo contattato da un medico estremamente gentile che mi informa di essere il responsabile della riabilitazione dell’uomo che mi ha dato la vita, anzi, del numero quarantatrè della stanza cinque, secondo piano a destra, in fondo al corridoio.</p>
<p>Deglutisco. Penso che mio padre non è più un uomo ma un contrassegno numerico e rabbrividisco.</p>
<p>Ora mi ritrovo davanti all’edificio che lo ospita. Certo non mi aspettavo un hotel cinque stelle. Un ospedale è pur sempre un ospedale, ma quella costruzione è indecente. Un vero insulto per gli occhi.</p>
<p>Ho la strana impressione che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Ho la netta percezione che, una volta attraversato l’androne, qualcosa mi farà soffrire.</p>
<p>Normalmente sono padrone delle mie emozioni e molto difficilmente perdo il controllo della calma, ma questa volta mi sento soggiogato da uno stato d’animo sconosciuto, pieno d&#8217;insidie, affilato.</p>
<p>Spengo la sigaretta e mi guardo nuovamente attorno. Non può essere vero, mi sento trasportato fuori del mondo. Tutto sembra abbandonato da molto tempo.</p>
<p>Quando entro nell’edificio mi si stringe il cuore. Anzi, se devo essere sincero il cuore manca un battito.</p>
<p>Un tonfo e poi il nulla. Mi guardo in giro e non vedo niente, a parte piante secche ai lati dell’ingresso principale sbiadito.</p>
<p>La giornata estiva diviene un’illusione.</p>
<p>Pare che in quel posto non ci possa essere che inverno. I raggi del sole non rischiarano neppure di striscio quel grande pezzo di città. Mi domando cosa ci fosse lì un tempo. La grandezza della struttura fa pensare che non ci sia stato altro, oltre a ciò che adesso mi accingo con malavoglia a esaminare.</p>
<p>Tuttavia, ci sono lontane tracce di un vissuto fastoso, ora dimenticato e trascurato. Una vecchia fontana con un putto al centro conferma che un tempo quel posto doveva essere stato discretamente bello. Ma quel cupido è ricoperto di muffa e muschio verde, alle mani mancano alcune dita e al viso il naso. La vasca è totalmente arida e sudicia. Piena di fogliame secco e di Dio solo sa che altro.</p>
<p>La vegetazione sembra assente. Solo erbacce, nulla di più.</p>
<p>Il pensiero, però, si porta subito all’oggettività del momento. Non sono interessato a sapere cosa potesse esserci nel passato, ma sono intenzionato a capire cosa ci sia adesso.</p>
<p>Vecchio, consunto, appestato di tristezza e di sporcizia, questo palazzo è la nuova, momentanea residenza di mio padre.</p>
<p>Attraverso l’atrio e guardo con fare circospetto il portinaio che mi chiede le generalità.</p>
<p>Rispondo con educazione affettata. L’uomo pare non essere soddisfatto appieno della mia risposta, allorché io estraggo dalla tasca la carta d’identità e gliela sbatto quasi sotto il muso porcino.</p>
<p>Lui mi guarda, sembra quasi attonito. Sorrido, con quel modo di fare da figlio di puttana che in certe occasioni mi viene benissimo.</p>
<p>Sorrido e lo fisso a mia volta.</p>
<p>-E’ sufficiente o vuole altro?-</p>
<p>Dico. Inutile aggiungere che il mio tono di voce non è più tanto gentile.</p>
<p>In altra occasione avrei evitato di presentarmi con autorevolezza e impertinenza, ma tutto in quel posto mi faceva agghiacciare e la conseguenza di ciò mi rendeva detestabile. Con un gesto della testa mi indica il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti. Gli darei dello stronzo, se non fossi un signore. L’appellativo più gentile che potrei offrigli.</p>
<p>Una grande scalinata in cemento e una porta a vetri dimezzano il reale dall’irreale. Dividono la vita dalla morte, la dignità dall’indecenza.</p>
<p>Salgo, mentre il cuore martella nel petto come un maglio. La scala sembra non avere fine. Secondo piano. Apro la porta e le narici vengono investite dall’acre odore di piscio, vecchiaia, morte.</p>
<p>D’istinto infilo il naso nel colletto della camicia, sperando che il profumo possa attenuare almeno in parte quell’olezzo.</p>
<p>L’interno del posto non è certamente migliore dell’esterno. Un lungo corridoio fa da padrone ed io seguo la destra, come mi è stato detto di fare. Cerco la stanza numero cinque e la trovo. Cerco di evitare di guardarmi attorno, ma un uomo mi viene incontro e mi stringe un braccio.</p>
<p>Non riesco a capire se è davvero anziano o se lo sembra. Ottuagenario, quasi sicuramente, con un pigiama sporco di cibo e di muco, sembra illuminarsi nel vedermi.</p>
<p>-Ciao!- Dice, poco meno che raggiante.</p>
<p>Non so che rispondere. Mi sento imbarazzato, schifato, tuttavia il cuore si stringe in pena infinita verso lo sconosciuto.</p>
<p>-Sei venuto, vero?Eh, lo sapevo che non mi avresti lasciato qui!-</p>
<p>Sta tremando d’emozione. Mi ha scambiato per qualcun altro, ovviamente. Cerco di divincolarmi dalla stretta, ma temo di risultare cattivo e non so che fare.</p>
<p>Guardo la stanza numero cinque e poi ancora l’uomo.</p>
<p>-Adesso devo andare…- dico, e sorrido cercando di assumere un atteggiamento dolce.</p>
<p>-Ma sei appena arrivato…-</p>
<p>Il vecchio si lamenta, inizia a piangere come un bambino e le sue dita ossute non mollano il mio braccio.</p>
<p>-Poi torno…-</p>
<p>Cerco di limitare il danno involontariamente cagionato, inutilmente.</p>
<p>-Non è vero. Tu, poi non torni più e mi lasci qui a morire.-</p>
<p>Il pianto lagnoso iniziale si trasforma in strazio.</p>
<p>-Mi lasci qui a morire da solo!-</p>
<p>Una pozzanghera giallastra si fa largo improvvisamente tra i suoi piedi nudi. Neppure le ciabatte indossa!</p>
<p>L’orrore si fa largo nei miei sensi e, malamente mi tolgo da quella morsa infilandomi nella stanza di mio padre.</p>
<p>Mi manca il respiro. Con fatica realizzo che quello che sto vivendo non è un sogno, ma realtà.</p>
<p>Sento ancora l’uomo che piange nel corridoio ma evito di pensarci. La stanza è piccola e ci sono otto letti quasi accavallati l’uno all’altro. I comodini sono incuneati nel piccolo spazio rimanente. Nessun armadio presente, solo un tavolaccio ricoperto da usurata tela cerata che da sulla finestra spalancata e che funge da ‘posteggio’ per i borsoni dei ricoverati.</p>
<p>L’odore di piscio si fa ancora più forte e mi accorgo che un secchio pieno di urina è posto sotto al tavolo. Mi domando che diavolo ci faccia lì, nel mezzo del mese di Giugno!</p>
<p>Papà è nel letto e neppure si rende conto della mia presenza. Lo guardo, quasi non lo riconosco. Sembra diverso, più magro, più vecchio. Mi avvicino con avvedutezza e sapendo di essere osservato dal paziente del letto davanti al suo.</p>
<p>Mi stupisco dello stato in cui si trova. L’ultima volta che gli avevo fatto visita non era ridotto così male.</p>
<p>Ventiquattro ore in quel posto e quelli erano i risultati?</p>
<p>-Papà…-</p>
<p>Lo chiamo con delicatezza e mi siedo accanto a lui, in quel letto nauseabondo.</p>
<p>I suoi occhi si aprono ma non so se mi vedono. Sento le lacrime salirmi in gola. Non siamo mai andati molto d’accordo, ma da qui al vederlo in un lager c’era una distanza oceanica.</p>
<p>Gli prendo la mano e la sento gelata. Il sangue cessa di scorrermi nelle vene. Non sarà mica morto all’improvviso? Apre gli occhi e mi crepa davanti?</p>
<p>-Papà!- Stavolta alzo la voce e vedo che si gira verso di me. Tiro un sospiro di sollievo, ma è solo temporaneo.</p>
<p>Lo guardo attentamente. Lui, sempre distinto e pulito anche nei momenti peggiori del suo male, ora è lurido. I capelli sono appiccicati e da sua pelle è bisunta e maleodorante.</p>
<p>-Papà, adesso ci cambiamo questo pigiama, va bene?- Dico, con voce strozzata.</p>
<p>-Adesso ci diamo una bella lavata!-</p>
<p>Sono arrabbiato. Terribilmente arrabbiato. Mi tolgo la giacca e avvolgo sopra i gomiti le maniche della camicia.</p>
<p>Estraggo dal mucchio di borse sopra il tavolo quella di mio padre e prendo il blocco di salviettine umide.</p>
<p>-Ci laviamo per bene e ci cambiamo, ok?-</p>
<p>Lui non mi risponde, ma mi capisce. Gli occhi si fanno umidi e mi strappano il cuore.</p>
<p>-Cazzo, porca puttana, ma che posto di merda è, questo?-</p>
<p>Urlo. Voglio che mi sentano.</p>
<p>Incurante del suo odore, lo obbligo ad afferrarmi le spalle e lo spoglio. Inizio con dolcezza a lavarlo tutto. Prima il viso, poi il collo, le spalle, le braccia…piangerei, se potessi, se lui non mi capisse. Giuro che piangerei.</p>
<p>Quando cerco di pulirgli la schiena noto il principio di due piaghe da decubito che avanzano tra il piscio e il loro siero.</p>
<p>Al momento non dico nulla. Spaccherei tutto, ma taccio per non spaventarlo. Cerco di portare il lenzuolo e una coperta sopra la pozzanghera nella quale sta macerando. Lo metto seduto e gli infilo mutande, calzoni del pigiama, calzini. Sento le lacrime che rigano la mia faccia scottante di rabbia. Tengo la testa bassa, così non mi vede.</p>
<p>-Adesso ci mettiamo un po’ di deodorante e cambiamo anche le lenzuola, papà.-</p>
<p>Lui piange. Piange perché sente la mia voce rotta.</p>
<p>-Non piangere, papà. Non ti preoccupare per me…-</p>
<p>All’improvviso entra un infermiere. E’ molto irritato dalla mia presenza e si permette il lusso di riprendermi.</p>
<p>-Cosa sta facendo? E’ fuori orario di visita e non può toccare i malati. Fuori!-</p>
<p>Mi invita a nozze. Aspettavo solo la nota iniziale per tirare fuori la rabbia dalla mia anima.</p>
<p>-Che cosa sto facendo…Che cosa sto facendo? Sto facendo quello che dovresti fare tu!-</p>
<p>La mia voce è un tuono che scuote tutti i poveri presenti. L’infermiere non sembra affatto intimorito.</p>
<p>-O se ne va da solo o chiamo la vigilanza.-</p>
<p>Mi minaccia. Quel bastardo mi sta minacciando.</p>
<p>-E chiamala la vigilanza, cosa aspetti? Chiamala, sbattimi fuori che ritorno con la polizia e denuncio tutti!-</p>
<p>Non sorride più. Il suo faccione scuro si stupisce della mia reazione.</p>
<p>-Allora chiamo il medico.- Controbatte.</p>
<p>-Chiama chi cazzo vuoi! Chiama, dai, e staremo a vedere chi dei due ci rimetterà. Piuttosto, imbecille, porta delle lenzuola pulite per mio padre. Le voglio entro dieci secondi, altrimenti ti spacco quella faccia da cretino che ti ritrovi!-</p>
<p>Non ho paura, non me ne frega niente delle conseguenze, non a quel punto.</p>
<p>Gli occhi degli altri degenti si fanno fissi su di me, altrettanto stupiti quanto quelli dell’infermiere che sta indietreggiando.</p>
<p>-Muoviti!- Urlo.</p>
<p>Lui annuisce, ma è sfida, non assenso.</p>
<p>-Chiamo il medico.-</p>
<p>La sua voce è uno stiletto che mi punta.</p>
<p>-Muoviti!-</p>
<p>Papà ha smesso di piangere. Sembra rendersi conto delle mie intenzioni. A differenza dell’uomo che mi aveva fermato nel corridoio, papà sa che io ci sono, che non lo lascio morire lì.</p>
<p>Raccatto tutte le sue cose e le infilo nel borsone, seriamente intenzionato a portare via mia padre da quel lager, ma un medico irrompe nella stanza seguito da un paio di infermiere.</p>
<p>Riconosco la sua voce; è quello che mi ha parlato al telefono.</p>
<p>-Cosa succede?- Chiede, con cortesia.</p>
<p>-Succede che questo posto non mi piace, così come non mi piace vedere con quanta ‘cura’ assistite gli ammalati. Succede che porto via mio padre!-</p>
<p>La mia voce fa eco nel piano. Il medico appare imbarazzato e mi si avvicina.</p>
<p>-Lei sta estremizzando…- Non gli permetto di proseguire.</p>
<p>-Io non sto estremizzando un accidenti di niente. Mi limito a constatare ciò che vedo, e questo non mi piace. Voglio le dimissioni immediate di mio padre. Immediate!-</p>
<p>Il mio tono è perentorio, non ammette alcuna replica. Il medico fa uscire dalla camera gli infermieri e mi si avvicina. Cerca una sorta di patteggiamento che non ho alcuna intenzione di accordargli.</p>
<p>-Lei si è fatto un’idea sbagliata di noi, di questa struttura. E’ capitato in un momento negativo, ma appena ci trasferiremo nel nuovo ospedale…-</p>
<p>Non voglio stare a sentire giustificazioni che non stanno né in cielo né in terra.</p>
<p>Non mi interessano le sue scuse.</p>
<p>Non c’è molto da capire, non è stata una decisione sorta da pregiudizio ma oggettività di fatti concreti.</p>
<p>-Voglio portare via mio padre.- Insisto.</p>
<p>Lui storce la bocca, come se stesse considerando la mia richiesta.</p>
<p>-Non prima di lunedì.- Dice.</p>
<p>-Subito!-</p>
<p>-Devo dimetterlo, mi occorre la sua firma, devo prenotare l’ambulanza. Mi lasci il tempo per le pratiche. Domani è sabato…-</p>
<p>-Lunedì mattina, per le sette voglio vedere mio padre fuori da qui. Non un minuto più tardi. Nel frattempo pretendo che gli venga cambiato il letto, le lenzuola. Pretendo che gli vengano pulite e medicate le piaghe che si sono formate sulla schiena e sulle natiche. Pretendo, non chiedo!-</p>
<p>Chiusi lì il discorso. Trascorsi il fine settimana dilaniato nell’orgoglio, mi sentivo vilipeso come figlio, come essere umano. Mi sentivo disonorato per mio padre, per tutti gli altri esseri umani presenti in quel luogo e trattati peggio delle bestie.</p>
<p>Quando finalmente andai a prenderlo, mi accorsi di non aver magnificato nella mia decisione. Con la lettiga attraversammo quasi interamente il reparto maschile di quel lager. Vidi di tutto. I miei occhi si riempirono di orrore nel rendermi conto che ciò che avevo sentito nel cuore, quel giorno, non era solamente frutto della disperazione ma una certezza indissolubile. Vidi i barellieri estraniarsi completamente dal luogo, ignorando o fingendo di ignorare ciò che stava sotto ai loro sguardi freddi.</p>
<p>Vidi uomini abbandonati a se stessi, alle sopraffazioni, ai crimini di chi, con un camice bianco avrebbe dovuto garantire loro cura e considerazione. Compresi la precarietà dei miei anni verdi che se ne stavano andando e mi rappresentai in quella stessa situazione. Mi dissi che ciò che stava avvenendo agli altri, forse un giorno sarebbe potuto accadere a me.</p>
<p>Tutto questo non poteva essere ignorato! Scrissi al direttore sanitario che non mi rispose. Scrissi ad un giornale locale che non pubblicò la mia esperienza, la mia denuncia.</p>
<p>Papà visse ancora pochi mesi, ed io attribuii gran parte della sua disfatta a quei quattro giorni in quel luogo. Mi convinsi che, forse, se nessuno lo avesse condotto in quella prigione, le cose potevano concludersi in altro modo. Mi ero persuaso di questo in virtù del fatto che dopo la dimissione, papà iniziò a straparlare e a comportarsi come se da quella specie di istituto non se ne fosse mai andato.</p>
<p>Sapevo che doveva morire, ma mi auguravo che la fine non avvenisse con tale disumanità.</p>
<p>Dopo qualche tempo il direttore sanitario mi rispose. Alla quinta, forse sesta lettera che gli inviai in raccomandata, decise di rispondere alla mia lamentela.</p>
<p>Mi scrisse che il mio punto di vista era assolutamente fuori luogo ed arbitrario, in quanto erano molti i figli che lo ringraziavano delle sue premure nei confronti degli anziani.</p>
<p>Mi informò che la struttura si era trasferita nel nuovo ospedale e si ‘scusò’ ironicamente per non avermi concesso il lusso iniziale che mi sarei aspettato.</p>
<p>Gli risposi. Gli risposi dopo aver visitato la nuova clinica. Dopo aver finto di essere un parente qualunque che, nelle ore d’entrata concesse al pubblico, si faceva il ‘giro’ di circostanza per far visita al congiunto. Era vero: la struttura era nuova di zecca, tuttavia nulla era cambiato. I volti erano gli stessi, così come lo era la disperazione in quegli occhi che mi guardavano cercando in me un figlio, un parente che non sarebbe mai arrivato.</p>
<p>Era lo stesso il puzzo di piscio, la sporcizia su quei corpi consumati dall’abbandono.</p>
<p>Era la stessa sensazione di quel lontano giorno.</p>
<p>Sì, gli risposi, dicendo:</p>
<p>“Immagino che nella sua lettera ci sia verità. E’ vero che molti figli la ringraziano per l’assistenza ai pesi morti loro e di una società che rifiuta la senilità. Immagino che forse, ci sia una sorta di contorta legittimità nel porre un congiunto in un ospizio, soprattutto per i casi disperati, ingestibili tra le pareti domestiche. Io stesso avrei optato per un istituto che si potesse davvero prendere cura di mio padre, non riuscendo a curarlo da solo, ma questa è un’altra storia, mio caro direttore. Questa non è la sua storia, così come non lo è quella dei figli che la ‘ringraziano’.</p>
<p>Ci sono molti modi e molte ragioni per essere grati a qualcuno. Si è grati a chi ci supplisce, stipendiato. Da chi si sostituisce e si prende a cuore una causa da perorare perché lo si è scelto. A chi, negli ultimi anni della vita di un essere umano, garantisce questo breve arco di tempo con dedizione e dignità, ma non si può essere grati a lei. A chi ci toglie dai piedi chi ci da fastidio, chi non serve più, anche se poco prima ci ha servito, riverito, mantenuto.</p>
<p>E’ vero, ora la struttura è nuova, moderna. Tutto qui! Ci si è cambiati le mutande senza lavarsi il culo. Questa è la drammatica verità. Una veridicità che il nostro Stato sostiene, legittima, vara a gran voce. Ma questa non è la mia verità, e non lo sarà mai. Ed io non la ringrazierò mai, caro direttore. Mi limito ad augurarle la stessa fine che ha riservato e che riserverà a molti suoi ospiti pagati.”</p>
<p>Inutile dire che non mi rispose.</p>
<p>Pubblicato da Tiziana Paghini</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: pani</title>
		<link>http://donnaemadre.wordpress.com/2008/07/25/non-piangere-nonno/#comment-7913</link>
		<dc:creator>pani</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 08:39:12 +0000</pubDate>
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		<description>Una vecchiaia serena, questo è il miglior augurio che faccio ad un amico e una speranza per me.
Perché ricordo sempre le parole che diceva mia nonna centenaria: &quot;è una fortuna invecchiare ma è anche tanta tristezza&quot;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Una vecchiaia serena, questo è il miglior augurio che faccio ad un amico e una speranza per me.<br />
Perché ricordo sempre le parole che diceva mia nonna centenaria: &#8220;è una fortuna invecchiare ma è anche tanta tristezza&#8221;</p>
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