Maggio 6, 2008
Un’altra delle cose che ho sempre sostenuto, non è tanto la necessità di perdonare, quanto quella di capire: perché, se ci mettiamo nei panni dell’altro, e riesaminiamo la storia con i suoi occhi, probabilmente riusciremo a capire certi meccanismi, e quando si è capito, non è più necessario perdonarlo, non c’è più posto in noi per il rancore; anzi, forse questo rancore viene sostituito dal desiderio di abbracciarlo questo benedetto altro, e dirgli che abbiamo capito, e l’unica cosa che vogliamo è stargli vicino.
Quanti torti che riceviamo trovano la propria giustificazione nel dolore dell’altro? Siamo tutti vittime di altre vittime.
Perché mi è venuto in mente tutto questo? Cercavo su Google un’immagine per un articolo, che voleva essere spiritoso, sulla prova bikini, e trovo questa. Un pugno allo stomaco, che mi riporta indietro di anni.
Ero in un negozio sotto casa, dove incontro la madre di una mia amica, donna simpaticissima e alla quale ero sinceramente affezionata. La saluto con simpatia, lei mi guarda, sgrana gli occhi, e comincia a urlare che non devo frequentare sua figlia, che devo girare al largo da casa sua; sgrano gli occhi a mia volta, assolutamente stupefatta della sua reazione: l’ultima cosa che si può dire di me, è che sia una cattiva compagnia. Riprendo il controllo del mio stato d’animo, e le chiedo il motivo della sua reazione.
Lei mi accusa: “Tu sei dimagrita, tu stai a dieta!”. Beh, sì, ero a dieta ed ero dimagrita, all’epoca ero 68 kg, per 1.65 di altezza: anche se dimagrita, non ero propriamente pelle e ossa.
“Vattene!”, incalza lei “Vattene via, non ti accostare a mia figlia!”. Un po’ più calma per l’esplicitazione dell’accusa, che mi metteva al riparo da figure barbine, riesco a riprendere le redini della situazione, e a parlare con lei.
Ne esce fuori una storia sconvolgente di anoressia, di quella figlia che per anni sembrava dovesse morire da un momento all’altro, impossibile da nutrire sia pure artificialmente. Una storia intrisa di un dolore e di un terrore che non l’aveva abbandonata mai, neanche a distanza di anni dalla completa guarigione della ragazza.
Era iniziata con una dieta, ed era finita in un inenarrabile calvario di psichiatri e ospedali. Psichiatri incompetenti e senza scrupoli, che avevano prosciugato il conto della famiglia (e questo era il minimo), senza minimamente risolvere il problema.
Mi mostra le foto dell’epoca: l’aspetto ricordava quello dei deportati nei lager, ma quello che stonava era che la ragazza non era lacera, non aveva il volto spento. Era ben vestita, ben curata, truccatissima, e sorridentissima: che cos’ha da sorridere una persona in quelle condizioni? Era impressionante.
“Mi sentivo bellissima”, mi racconta “e pienamente padrona della mia vita”.
Con il tempo, dice di aver capito il meccanismo che l’ha spinta all’anoressia, ma non ha mai voluto parlarmene.
Io continuo però a vedere, dietro il corpo di una bulimica, di un’anoressica, ma anche, perché no, dietro quello di un supertatuato o superpiercingato, una persona che chiede aiuto.
Perché, una persona che sta bene, non può aver voglia di distruggersi.

Maggio 6, 2008 at 7:14 pm
L’anoressia, l’ho “vissuta” in un modo abbastanza particolare e sotto certi aspetti, forse ancora più sconvolgente.
Qualche anno fa, ero in vacanza in un campo naturista in Corsica e, insieme ad un gruppo di amici, per tutta una serie di coincidenze, abbiamo fatto amicizia con una famiglia di tedeschi, e la loro figlia era anoressica. Avrà avuto circa 25 anni, era altissima e, magrissima, ma fino a che era vestita, riuscivi anche a distogliere lo sguardo da quella magrezza, ma quando era in spiaggia nuda, allora era veramente una pena. Sembrava di vedere uno scheletro camminare e la cosa era talmente impressionante, che malgrado lei fosse una ragazza molto socievole e apparentemente allegra, era difficile sostenere il suo sguardo.
In genere in un campo di naturisti, la nudità non è un elemento che provoca curiosità, anzi, ma in quel caso, almeno per noi, era diventato un problema. La cosa che però ci aveva sbalordito di più, era che lei portava la sua nudità con estrema disinvoltura, forse non cosciente del tutto del suo stato, o forse abituata ad affrontarla concettualmente parlando, per cui non rappresentava un problema.
Quando c’era stata quella pubblicità con la foto nuda di una ragazza anoressica, ho avuto molte perplessità, sulla necessità di utilizzare una realtà così dolorosa, a fine di bene, quasi che la morte sbattuta in prima pagina, ci facesse riflettere sul perchè si può morire.
Non amo questi estremi, come non amo tutto il sangue gratuito che i nostri media ogni tanto ci propinano, mi sembra paradossale, fuori da ogni logica di umana comprensione.
E soprattutto, lo ritengo una vigliacca forzatura spesso fatta per scopi molto meno nobili.
Maggio 6, 2008 at 8:57 pm
Caro Arthur, il fine giustifica i mezzi: è come quando fanno i concerti di beneficienza per farsi pubblicità. Per quanto mi riguarda, l’importante è che i soldi per la buona causa arrivino.
Gli anoressici, quando vedono la propria immagine riflessa nello specchio, si vedono normali, ma quando vedono l’immagine di un altro, forse riescono ad essere più obiettivi, e piano piano a capire che quel fisico con la bellezza non c’entra niente, anzi, è la quintessenza dell’orrore.
Maggio 7, 2008 at 9:05 am
Negli scorsi giorni ho fatto una ricerca sull’anoressia e sui disturbi alimentari in generale…e ho scoperto il mondo dei siti pro-ana (pro anoressia) e pro-mia (pro-bulimia)…non so se ne avete mai sentito parlare. Siti e blog aperti da ragazze con seri disturbi psichici, che inneggiano all’anoressia e bulimia come fossero divinità, con tanto di comandamenti, ed inneggiano il suicidio come strumento per arrivare alla perfezione fisica: una magrezza estrema.
Ho letto parecchie cose sui disturbi alimentari, ultimamente ho deciso di consultare il web per vedere effettivamente cosa circola in giro e capirne di più.
Quello che ho notato di più è stato il fatto che dal loro punto di vista ciò che dicono e che fanno è normalissimo, è addirittura un diritto e pretendono di poterlo dire, diffondere ed applicare, dicendo che le conseguenze sono solo loro … non si rendono conto di fare cadere nella trappola un sacco di altre adolescenti disturbate come loro..
Maggio 7, 2008 at 9:56 am
Cara Ema,
ti stupisci? Hai presente quello che si fa in certe sette religiose? Hai presente il mostro di Rothenburg, che mise un annuncio su Internet, che cercava persone che volessero essere cucinate e mangiate, e gli risposero in centinaia?
Il disturbo mentale, cara Ema, è una cosa grave. E purtroppo più diffusa di quanto uno immagini. Una volta, al Maurizio Costanzo Show, fu intervistata una ragazza, ridotta sulla sedia a rotelle per le botte da orbi che le dava un santone, per farle raggiungere la pace e l’illuminazione. Costanzo, deglutendo davanti al suo racconto, e astenendosi dal commentare, le chiese quantomeno: “Ma lei non parlava a nessuno di queste ’sedute’? Non aveva qualuno, amico, parente, conoscente, messo al corrente di quello che stava succedendo?”
Alla sua risposta affermativa, Costanzo incalzò: “E che le dicevano?”
Risposta: “Di portare anche loro”
Maggio 7, 2008 at 9:55 pm
Bella domanda!! Non so risponderti,o meglio non voglio risponderti,finirebbe o a lattuga o a secchiate! Comunque quella fotografia,almeno per me è peggio di un pugno nello stomaco.la bellezza distrutta,violentata. Dante diceva qualcosa in proposito e ho condiviso pienamente quel pensiero. Una pietà immensa,un desiderio di ricostruire,impellente,non so dirti.
Maggio 8, 2008 at 1:54 pm
E’ vero quanto dici. Ma spesso non ci vogliamo bene, e più spesso le ragazze tendono a cadere in questa forma di disamore…
Maggio 8, 2008 at 2:11 pm
E’ vero, le donne sono più fragili:hanno meno l’istinto a ferire l’altro, e a indirizzare un’energia mal canalizzata verso sé stesse. Ho fatto un esempio di quella tizia che si faceva picchiare dal santone: quella non la conosco, ma quante ne ho sentite di donne prese nella rete di queste congregazioni religiose! Ho letto addirittura di un “santone” sieropositivo ( o con AIDS conclamato?), con il quale le neoadepte si dovevano accoppiare, quale rito di iniziazione, e senza alcuna precauzione, per dimostrare di essere coraggiose.
Queste sette, chiedono continuamente ai propri adepti di dimostrare la propria malattia mentale, la propria idiozia, il proprio disprezzo per la vita, insomma, il proprio disagio. Che esiste. Per quanto noi possiamo scandalizarci, il disagio mentale esiste: e allora sta allo Stato, e a tutti noi, difendere pure i propri figli più indifesi.
Troppi criminali girano indisturbati, e troppi “disturbati” sono lasciati in balìa di se stessi, il che li porta, fatalmente, a essere in balia di persone prive di scrupoli.
Avete presenti quante persone, come “professione”, accompagnano i disabili a riscuotere la pensione d’invalidità, per poi rubargliela?
E un cittadino, una diciamo come me che non ha paura ad esporsi e denuncerebbe i fatti volentieri (a parte che questi non li conosco, sarebbero magari i dipendenti delle poste a poter sentire puzza di bruciato), a chi può denunciarli? Una volta che una persona ha riscosso la propria pensione, ne può fare quello che vuole, compreso il consegnarla a una persona così tanto gentile…
Che schifo!
Maggio 8, 2008 at 7:37 pm
anche quelli sono anoressici…nell’anima