Il mio piccolo contributo a tutti quelli che si stanno mobilitando in questi giorni contro la giornata dell’orgoglio pedofilo e per ogni battaglia sociale, è riportarvi questa significativa testimonianza contro il pericolo dell’apatia.
E’ attribuita a Martin Niemöller, pastore luterano tedesco ed oppositore di Hitler, che per anni fu prigioniero in un campo di concentramento nazista. L’origine della poesia è incerta come pure le parole precise, ma il messaggio che porta è veramente incisivo:
Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
Il mio piccolo contributo a tutti quelli che si stanno mobilitando in questi giorni contro la giornata dell’orgoglio pedofilo e per ogni battaglia sociale, è riportarvi questa significativa testimonianza contro il pericolo dell’apatia.
E’ attribuita a Martin Niemöller, pastore luterano tedesco ed oppositore di Hitler, che per anni fu prigioniero in un campo di concentramento nazista. L’origine della poesia è incerta come pure le parole precise, ma il messaggio che porta è veramente incisivo:
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.































Bellissima poesia, me ne ha fatta venire in mente una altrettanto bella: “Ode alla vita” di Pablo Neruda. Assolutamente da leggere almeno una volta al giorno!
Ho raccolto il tuo suggerimento e la sono andata a cercare; la riporto per comodità dei miei lettori, ma leggendola (sì, è molto bella), non mi pareva lo stile di Neruda. Ho pensato potesse dipendere dalla traduzione, poi ho visto che in effetti l’attribuzione è incerta. Comunque grazie per la segnalazione, cercherò di ricambiare!
Ode alla vita
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e non cambia il colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sé stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di inziarlo,
chi non fa domande su argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
(Pablo Neruda?)
E’ di una scrittrice brasiliana di nome “Martha Medeiros”
«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Non possono esistere gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».
Antonio Gramsci, «La città futura», 11 febbraio 1917
http://www.faustofogliati.wordpress.com
@fausto
Perfettamente d’accordo…
Odio chi sta in cima alla stadera e non compie il gesto di assumersi la responsabilità di un peso e una misura…
Nella vita è necessario scegliere sempre da che parte della bilancia stare..e insegnarlo ai propri figli in questo momento in cui tutti i valori non hanno più valore..
si sta scivolando nel nichilismo più totale…oltre all’indifferenza più radicale…
Cara Nunzy, qui neanche parliamo di non voler decidere o non saper decidere: qui parliamo dell’infischiarsene della vita altrui, qui parliamo del “nulla succede finché non succede a noi”, dell’insensibilità al dolore dei nostri simili, e anche i nostri dissimili, perché io aborro ogni crudeltà nei confronti degli esseri viventi, non necessariamente umani.
A volte è semplice insensibilità ed egoismo, ma a volte è anche una stupidità a effetto boomerang perché, tanto, siamo tutti su una stessa barca.
Ciao, ho letto il tuo commento al mio articolo “Clandestini si nasce (e razzisti si diventa)” che era stato ripreso nel blog Yanfri, e volevo dirti che concordo con te sulla necessità di fare qualcosa. Quello che possiamo fare qui nel web è fare “rete” tra noi e poi cercare di riportare le nostre idee in iniziative fuori di qui
v.
E che vuoi fare, a me cadono le braccia davanti a certi discorsi, e a una mentalità così diffusa, propria di menti troppo manipolabili e “semplici”: solo il sentire “noi” e “loro” mi manda il sangue alla testa.
Anche i cosiddetti buonisti comprensivi progressisti sono razzisti allo stesso modo, anzi di più: dire che “quando noi siamo andati in America abbiamo fatto questo e quello”, per esempio, che significa? Io non ci sono andata in America, e non sono colpevole di quello che hanno fatto degli altri italiani nel corso della storia, del tempo e dello spazio, come nessun rumeno è colpevole (o viceversa) di quello che fanno altri rumeni, e nessun polacco di quello che fanno altri polacchi e via discorrendo.
Chi vuole dimostrare che i negri sono eroici perché uno si è tuffato in mare per salvare una persona, è razzista nello stesso modo di quello che dice che sono tutti criminali perché uno ha ucciso/stuprato/rubato: in entrambi i casi si fa di ogni erba un fascio, si accomunano persone, nel bene e nel male, su un principio razziale.
Il razzismo verrà meno solo quando considereremo ogni essere umano semplicemente una persona, frutto pure della sua cultura e di quella che si respira nella sua eventuale nazione di provenienza, ma da giudicare e valutare personalmente, come entità a sé stante e diversa da tutte le altre.
Verrà meno quando riconosceremo a ogni essere umano il diritto alla vita, a una casa, a un lavoro, alla salute, a vivere in un paese in pace, e a lottare per tutto ciò. Quando il colore della pelle sarà un attributo come quello degli occhi o dei capelli, e la religioni come i gusti alimentari, o la scelta degli studi, ovvero fatti personali in cui nessuno si deve permettere di entrare.
Una signora americana, peraltro felicissimamente sposata a un negro che raccontava essere uomo marito e padre straordinario, mi ha invitato a non usare il termine “negro”, ma “afroamericano”.
Ecco, dire “afroamericano” mi indigna, e mi indigna per due motivi: primo, perché abolire il termine “negro” in base a un pensiero politically correct significa affermare “negro è una parola brutta e offensiva”, e quindi è già discriminazione, e poi perché ritengo “afroamericano” un termine idiota. Ma perché una persona di pelle scura, nata a Roma, magari da genitori già residenti da anni in Italia, che parla romanesco, che ha compiuto i suoi studi a Roma, che magari conosce solo la cucina italiana, che non è mai stato e forse mai andrà né in Africa né in America dovrebbe essere definito “afroamericano”? Ipocriti!
Ribatte la signora: “Se tu in America usi la parola negro viene considerata un’offesa gravissima”.
Oggi. Perché mi pare che in film che sono pilastri della propaganda antirazzista e a favore del valore personale di ogni essere umano, come per esempio “Indovina chi viene a cena?” la parola “negro” venga usata regolarmente, senza nessuna valenza né positiva né negativa, solo per indicare una persona di pelle scura.
Si cerca di combattere il razzismo con l’edulcorazione dei termini, invece che col libero pensiero, critico, aperto e scevro di pregiudizi. Non è cambiando i termini per indicare qualcosa che si elimina il pre-giudizio sul qualcosa in oggetto.
Il razzismo sta nella categorizzazione, non nel termine che si usa per definirla. Il razzismo sta nell’egoismo, nel non volere riconoscere agli altri dei privilegi che per noi sono acquisiti, come quello del vivere in pace e del diritto alla tutela della salute, etc., perché “pancia piena non pensa a quella vuota”.
Il razzismo sta nell’arrogante pretesa di sapere degli altri ciò che invece si ignora totalmente.
Che significa, cara V., fare rete? Esprimere la nostra opinione contro il razzismo? Magari servisse, ma temo proprio sia fiato (tempo) buttato.
Scusa lo sfogo, ma non ne posso più dei discorsi del “popolino” che sento ogni giorno in autobus, andata e ritorno, al mercato, e non solo, addirittura da politici, aspiranti “onorevoli” (ma de che?) durante la campagna elettorale.
Non possiamo accogliere tutti, e siamo d’accordo, il fenomeno dell’immigrazione è ingestibile, e forse è pure vero (per ora, ritengo che neanche ci si sforzi molto di gestirlo), i disperati (stranieri o nostrani) sono più facilmente preda della delinquenza, e questo è ovvio, ma mai, mai, mai, dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di essere umani, potenzialmente di pari valore di “noi” osservatori giudicanti: che poi, alla prova sul campo, possono rivelarsi anche di meno o di più, ma dove sarebbe la stranezza?